Una correlazione tra «orecchio» acustico e competenza nella pronuncia
Chi presenta una maggiore abilità nel percepire sottili differenze acustiche tra suoni non verbali tende anche a distinguere con più accuratezza vocali inglesi che non esistono nel sistema fonologico della propria lingua madre. Lo indicano i risultati di uno studio internazionale coordinato dall'University College London (UCL) e dall'Università di Tohoku e riportati dall'Università di Padova.
Disegno dello studio e partecipanti
I ricercatori, con prima firma Kazuya Saito-van Poeteren (UCL Institute of Education), hanno condotto due esperimenti su studenti universitari giapponesi impegnati nello studio dell'inglese. Nel complesso lo studio ha coinvolto 207 partecipanti divisi tra le due fasi sperimentali:
- primo esperimento: 140 studenti hanno svolto un compito di elaborazione acustica;
- secondo esperimento: 67 studenti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre eseguivano compiti analoghi.
Gli esperimenti si sono concentrati in particolare sulla distinzione tra due vocali inglesi che risultano problematiche per madrelingua giapponesi: la /æ/ presente in parole come cat e la /ʌ/ presente in parole come cup. Ai partecipanti è stato chiesto di discriminare coppie di vocaboli inglesi contenenti queste vocali e di eseguire, separatamente, compiti di discriminazione su suoni non verbali artificiali, simili tra loro dal punto di vista acustico ma privi di valore linguistico.
Risultati comportamentali e neurali
Dalla prima fase sperimentale è emersa una correlazione: gli studenti che riconoscevano con maggiore precisione le differenze acustiche tra i suoni non verbali mostravano anche una migliore capacità di distinguere le due vocali inglesi. Questa associazione si manteneva anche dopo aver considerato l'esperienza di studio o i soggiorni all'estero, elementi che usualmente facilitano l'apprendimento linguistico.
Nel secondo esperimento, la registrazione con fMRI di 67 partecipanti ha permesso di esaminare le differenze nell'attivazione cerebrale durante i compiti di discriminazione delle vocali e dei suoni non verbali. Anche in questa fase i ricercatori hanno riscontrato che l'attività cerebrale nei soggetti più precisi nella discriminazione acustica differiva rispetto a quella dei partecipanti meno accurati. I risultati suggeriscono dunque che la variabilità individuale nella percezione acustica è associata a meccanismi neurali che influenzano l'apprendimento della pronuncia in una seconda lingua.
Interpretazione e contesto
Lo studio si inserisce nella letteratura che collega abilità uditive di basso livello (percezione acustica fine) con processi di apprendimento linguistico di livello superiore, come la produzione e il riconoscimento di fonemi non presenti nella lingua materna. Concentrandosi su coppie vocaliche difficili per madrelingua giapponesi (/æ/ vs /ʌ/), i ricercatori hanno utilizzato sia misure comportamentali sia neuroimaging per tracciare un quadro più completo dei fattori che facilitano o ostacolano l'acquisizione della pronuncia.
Prospettive e pubblicazione
I risultati sono pubblicati con prima firma Kazuya Saito-van Poeteren e coinvolgono gruppi di ricerca internazionali. Lo studio contribuisce a spiegare perché alcune persone riescano più facilmente a padroneggiare suoni stranieri: oltre all'esposizione e alla pratica, la sensibilità acustica e i corrispondenti schemi di attivazione cerebrale sembrano giocare un ruolo significativo.
- Campione totale: 207 studenti universitari giapponesi.
- Focus fonetico: distinzione tra /æ/ (cat) e /ʌ/ (cup).
- Metodi: compiti di discriminazione su suoni verbali e non verbali; fMRI su un sottogruppo di 67 partecipanti.
I dettagli metodologici e le implicazioni pratiche per l'insegnamento della pronuncia sono discussi dagli autori nel testo originale della ricerca.