Vanessa Marzullo e Greta Ramelli: due "angeli" italiani rapiti tra gli orrori della guerra civile siriana

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63925_4572418230645_1310069716_nDal 2011, a poche ore d’auto dalla striscia di Gaza, si sta combattendo una guerra terribile, una guerra che in 3 anni ha causato oltre 170.000 morti, una guerra silenziosa. Non una guerra silenziosa nelle vie o nelle piazze, quotidianamente invase dai colpi di mortaio. Tremendamente silenziosa nei suoi effetti, nelle reazioni mancate o insufficienti degli organi internazionali, nell’attenzione politica e mediatica concessa da Paesi “occidentali” come l’Italia.
Stiamo parlando della guerra civile di Siria, scoppiata tra le forze governative e quelle d’opposizione, ispirata dalle vicine ribellioni della “primavera araba”, con fondamenti non solo politici, e che ha ben presto coinvolto, a sostegno dell’uno e dell’altro schieramento, milizie provenienti da tutti i paesi confinanti. Una ribellione armata avanzata ormai in molte aree del Paese che estremizza nella maggior parte dei casi le reazioni dell’esercito regolare, macchiatosi di carneficine orribili, troppo spesso contro i civili innocenti, che ad oggi rappresentano oltre la metà delle vittime di questo massacro. Ribelli e forze governative accusati di molteplici violazioni dei diritti umani, in quella che viene indicata come “tattica della terra bruciata”, dove si usano i civili come scudi umani, si praticano esecuzioni sommarie, si torturano i sequestrati.

Orrori che si consumano purtroppo anche in molte altre parti del mondo, altrettanto dimenticate da media e governanti dei Paesi considerati “civilizzati”.
Dimenticate come quei connazionali che mossi da valori o ideali “d’altri tempi” abbandonano una vita tranquilla e magari agiata per aiutare chi, senza colpa, si trova in situazioni di tale difficoltà, spesso bambini, bisognosi di assistenza, cure mediche, aiuti materiali, o semplicemente di una voce, o penna che sia, attraverso la quale gridare al mondo il dolore e poter chiedere aiuto.1796486_10201432922327137_199851650_n
E’ il caso di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, giovani ragazze della provincia lombarda, che rispettivamente a 21 e 20 anni hanno sospeso gli studi universitari per partite per il “fronte”. Sono giunte in Siria il 28 luglio scorso, come operatrici umanitarie per il progetto “Horryaty”, da loro stesse fondato dopo una prima visita nel mese di marzo, con il quale “attivare un corso base di primo soccorso e rifornire alcune aree di kit di emergenza di Primo Soccorso” e “garantire ai pazienti malati di patologie croniche di accedere alle giuste terapie rispettando tempi, dosi e qualità dei farmaci”.
Un percorso nato da tempo, con una sensibilità non comune per quel che stava accadendo nei Paesi arabi, e sull’esperienze precedenti vissute dalle due durante altre esperienze umanitarie.
Due giovani angeli dei bisognosi, sconosciute fino a ieri, giorno in cui è stato ufficializzato dalla Farnesina il loro rapimento con l’attivazione di un “unità di crisi e di intelligence”, dopo che da giorni risultavano irreperibili.
Secondo il sito di informazione Syria Mubasher sarebbero state rapite venerdì scorso da un gruppo armato sconosciuto mentre si trovavano nell’abitazione del capo del Consiglio Rivoluzionario della zona, nei pressi di Aleppo.
A questo punto le sorti di Vanessa e Greta sono legate alle azioni che il Ministero degli Affari Esteri intraprenderà in collaborazione con i corrispondenti locali, e, ovviamente, alle intenzioni dei sequestratori.
Nel frattempo, con la speranza che tutto possa concludersi per il meglio, non possiamo che concordare con la richiesta avanzata da una delle due famiglie : “’Se volete stare vicini a Vanessa e Greta, raccontate cosa succede in Siria e perché è in questa situazione”.  E per farlo vogliamo pubblicare alcuni dei messaggi lasciati nei giorni scorsi proprio da Vanessa sulla sua pagina Facebook, messaggi di una ragazza di 21 anni, che ha vissuto e sta vivendo l’orrore, per il solo scopo di aiutare gli altri.
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“Rosso, rosso come quel lettino, e sul lettino il corpicino martoriato della bambina di Aleppo le cui gambe sono state polverizzate da un’esplosione.
Rosso come le macchie ormai incrostate sulle pareti e il pavimento, nell’angolo della stanza dove vi hanno torturati fino a farvi desiderare la morte, fino a farvi morire in maniera indicibile.
Rosso come le braccia di un padre di Douma, un padre che si schiaffeggia il volto e urla chiedendo perchè, perchè debba abbracciare il corpo massacrato di suo figlio, era solo davanti casa quando è caduto quel colpo, era vivo questa mattina, come potrà dirlo a suo madre?
Rosso come il sangue, rosso come il tappeto sul quale ha camminato il bastardo assassino oggi.”
“No – tenetevi quel sospiro e quel desolato ‘è la guerra’. Per favore.
Questa non era una guerra, questa era (ed è) una rivoluzione.
Questi non erano soldati nè attivisti, erano studenti e lavoratori.
Viene seppellito oggi chi celebrava la vita ieri, nelle piazze, cantando forte, sfidando il dittatore.
E lui era diventato un fotografo… e in questi mesi ho immaginato tutti i modi in cui avrebbe potuto salvarsi. Li ho inventati e pianificati in ogni minimo dettaglio, ho fatto attenzione ad ogni particolare, alle eventualità, alle tempistiche.
Basta non essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. È cosi facile salvarlo nella mia testa. Anche se è tardi per pensarci e non serve a nulla comunque e io lo so.
Perchè è questione di un momento, un solo istante.
Un’esplosione.
La scia di fumo nero copre il cielo.
Il vostro sospiro desolato, il vostro dire “è la guerra” – non può bastare.”
“Avrò nella testa il pensiero di quella donna che si è fermata per strada e ha allungato la mano per raccoglier qualcosa da terra, per poi metterla in borsa veloce. Non dirò nemmeno cosa fosse quella cosa perchè me me ne vergogno, me ne vergogno tanto, ma io, lei non dovrebbe, non dovrebbe vergognarsene.
Ma a che servirebbe dirle che ha più dignità di tutti noi messi assieme, se poi non può metter nulla nei piatti dei suoi bambini?
L’esercito e le bombe, l’assedio, la fame… la fame. La fame.
Li fanno morire di fame, quando non li squarciano con una bomba.
Non so se ha molto senso ciò che scrivo, ma giuro che mi tremano le mani e ti penserò appena sveglia e mentre esco di casa e nell’ora di pranzo mi si chiuderà lo stomaco, e non servirà a nulla ma ti penserò. “
“Mi ha detto che non ci sono più librerie nella sua zona, però… due persone lavorano instancabilmente per mettere in funzione una biblioteca. Vogliono dare la possibilità alla gente di continuare a leggere, pur non potendo permettersi di spendere soldi nel ‘di più’ di un libro – perchè qui siamo a Douma assediata e riuscire a comprare il cibo per la cena è già un miracolo.
Ma alla gente serve un modo per fuggire dall’assedio, ne hanno bisogno… e allora una biblioteca diventa un piccolo paradiso.
Le due persone che hanno cominciato l’impresa sono le sue sorelle.
Due donne, due ragazze che hanno più o meno la mia età.”
(Foto e pensieri dal profilo Facebook di Vanessa)
Luca Bernardini