Istruzione e terrorismo: giovani studentesse rapite in Nigeria

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“Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […].”

Queste parole sono un piccolo estratto tratto dal discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale a Roma nel lontano (e forse non troppo) 11 febbraio 1950.

Esse riescono a trasmettere un principio che sta alla base di ogni contratto sociale umano in qualsiasi parte del mondo: l’istruzione, e dunque la scuola, è fondamentale per ogni essere vivente poichè contribuisce a renderlo libero.
Libertà e istruzione sono due concetti che vanno di pari passo e sono diritti inviolabili dell’uomo. Il terreno fertile sul quale essi possono germogliare prende il nome di democrazia, ideale che purtroppo non viene riconosciuto nell’intero globo.

Se viene meno tale ideale ci si trova di fronte ad atti di pura disumanità, come quello capitato lo scorso 14 aprile nel nordest della Nigeria.
Più di un centinaio di giovani ragazze, tra i 16 e i 20 anni, sono state rapite da un gruppo ingente di uomini armati. Tutto questo è capitato nel pieno della notte, nel modo più meschino possibile. Le giovani a quell’ora si trovavano nel dormitorio della scuola secondaria femminile di Chibok, nello stato di Borno in Nigeria. Gli artefici di tale crudeltà erano giunti fin lì con piccole camionette e bus, le hanno violentemente gettate a bordo e sono scappati. Prima di riuscire ad uscire dall’edificio si sono scontrati con le guardie che facevano sorveglianza che però non sono riusciti a placarli, anzi nello scontro hanno perso la vita due agenti.

Solo spari e urla.

Ma chi sono questi uomini armati?

L’ipotesi più affermata è che essi facciano parte del gruppo islamico “Boko haram”. Solo il loro nome potrebbe bastare per provare a spiegare, come se questo fosse possibile, il loro drammatico gesto. Boro haram significa infatti “L’educazione occidentale è un peccato”, essa è un’organizzazione terroristica nata a partire dal 2001 che ha come obiettivi fondamentali: l’abolizione di ideali laici e l’imposizione obbligatoria della legge che si basa direttamente sul Corano, la Sharia.
I terroristi di questo movimento sono noti per la loro subdola crudeltà che li ha portati, dopo aver rapito le ragazze, a dare fuoco senza motivo a case, palazzine, botteghe e negozi della città. Alcune di loro sono riuscite a scappare e hanno raccontato ciò che hanno vissuto con queste parole:

“Ci hanno spinto sui furgoni e sui bus, alcuni carichi di cibo e benzina. E poi ci siamo diretti verso la boscaglia. I camion erano scortati da motociclette”.

Il numero degli attentati che sono stati attribuiti all’organizzazione è molto alto, se ne contano infatti circa 160 soprattutto all’interno di scuole e chiese con la morte di 2.600 civili.

La tecnologia li ha persino spinti ad inviare video intimidatori in cui il leader del gruppo affermava di voler sequestrare altre giovani studentesse. Questo ha portato purtroppo alla chiusura di numerose strutture che per scampare all’attentato hanno preferito lasciare a casa 120 mila studenti.
Sono numeri che parlano da soli e che descrivono la terribile atrocità di avvenimenti di questo genere, sui quali si preferisce sorvolare invece di portarli a galla.

Il silenzio può caratterizzare un’entità materiale, ma dal momento che tali non siamo dobbiamo cercare di utilizzare tutti i mezzi di cui siamo a disposizione per provare a ricucire le ferite provocate da questo “consorzio umano” ormai sempre più inanimato.

“A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.”

Andrea Pitton