mercoledì 20 Novembre 2019
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Il favoloso mondo di Mauro Moretti

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Diego Della Valle non ha usato mezzi termini: “Gente come Moretti dev’essere mandata a casa subito e con determinazione” ha sentenziato il patron di Tod’s, nonché socio di Ntv, società concorrente alle Ferrovie dello Stato. Anche vari esponenti politici, di partiti diversi, non hanno lesinato dure critiche o battute al vetriolo. “Se Moretti ha altre offerte, anche in Germania, che vada pure” ha detto sarcastico Maurizio Lupi, ministro delle Infrastutture e dei Trasporti. Il Codacons, associazione dei consumatori, ha ironizzato con un “se vuole andare, gli paghiamo il biglietto dell’aereo“. E anche nel web si è scatenata l’indignazione generale, espressa attraverso vignette, hashtag e quant’altro. Moretti chi? La marca di birra? Il regista italiano? Il calciatore del Torino? La deputata del Pd? Perché tanto clamore?

Alt, passo indietro. Equinozio di primavera, Bologna. Congresso dell’Associazione nazionale delle cooperative di produzione e lavoro (ANCPL). La stampa avvicina Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie dello Stato dal 2006. Il tema caldo è il taglio agli stipendi d’oro dei manager pubblici, uno dei punti forti del programma di spending review steso dal supercommissario Cottarelli. Moretti guadagna 873mila euro lordi all’anno, a fronte dei 38mila di un ordinario dipendente Fs. Ventitré volte tanto. Il governo Renzi vorrebbe portare il suo stipendio alla pari di quello del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, 248mila euro lordi annui, che diverrebbero il metro di paragone per fissare i salari dei dirigenti statali. Il 60enne ex-sindacalista non ci sta. “Se il governo mi taglia lo stipendio, me ne vado, mi troverò un’altra occupazione. E con me una buona parte dei manager pubblici, perché si tratta di regole di mercato, non di scelta politica. In Germania il mio collega tedesco ne prende 3 volte e mezzo tanti.” Sì, ha detto proprio così. Toglietemi tutto, ma non la mia busta paga. Sarebbe un gran bel testimonial, Moretti.

Andrea Scanzi, redattore per il Fatto Quotidiano, sulla sua pagina Facebook ha commentato la vicenda, paragonando i top manager ai calciatori. Messi viene pagato tanto perché è il più bravo, dice il giornalista toscano, e quindi gli stipendi aurei dei dirigenti competenti devono essere regolati in base alla bravura. Ci sono alcune lacune. Punto primo: il Barcellona è una società “privata“, lo Stato no. Punto secondo: la “forbice” tra lo stipendio del primo dei dirigenti e l’ultimo dei dipendenti non può e non deve essere così ampia. E’ una questione di moralità, soprattutto in ambito pubblico. Punto terzo: la bravura non basta, lo sguardo dev’essere puntato sui risultati. E Moretti, con questo siamo d’accordo con Scanzi, questi risultati li ha ciccati in pieno. Ai giornali l’ad ricorda come sotto la sua gestione le Ferrovie dello Stato siano tornate in utile di 450 milioni, come prenda metà del suo predecessore che aveva lasciato l’azienda in rosso di 2 miliardi. Traguardi conseguiti grazie a un drastico taglio del personale (da 98mila a 72mila in otto anni) e a un rincaro costante delle tariffe, dimenticandosi dei 5,8 miliardi che Fs riceve ogni anno dallo Stato per mandare avanti il servizio e dei 9 miliardi di debito netto. Al di là dei presunti successi economici, c’è un sistema ferroviario che grida vendetta. I treni sono immutati da decenni, sporchi, scomodi e in costante ritardo, i biglietti costano sempre di più, le tratte minori vengono chiuse o abbandonate, l’interesse è solo verso l’alta velocità. Come può Moretti paragonarsi all’omologo tedesco, gestore di un sistema incomparabile per efficienza, dimensioni, fatturato e in continua crescita? Il manager riminese vive in una bolla, nel suo favoloso mondo dorato da cui non vuole scendere, deciso a tenersi stretto un compenso faraonico, sordo alle necessità di migliaia di persone che ogni giorno escono di casa speranzose che il rottame in arrivo in stazione, annunciato dagli altoparlanti come “treno regionale“, sia puntuale e meno affollato del solito. Il bilancio di fine anno è così importante da mettere in secondo piano le condizioni del servizio?

Di casi come quello di Moretti ce ne sono a decine in Italia, basti pensare a Paolo Scaroni, ad dell’Eni, che ogni anno mette nelle proprie tasche 6,4 milioni di euro. Signor Moretti, quando persone come lei decideranno di lasciare, sarà sempre troppo tardi. In ritardo, proprio come i suoi treni.

Giacomo Visentin

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