ESCLUSIVA. Napoli, parla un carabiniere: "Per la gente per bene qui non siamo nemici"

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Foto: napoli.repubblica.it
Foto: napoli.repubblica.it

Davide Bifolco avrebbe compiuto 17 anni il prossimo 29 settembre. Avrebbe, perché nessuno potrai mai più festeggiare il suo compleanno. Il giovane, infatti, è morto due settimane fa nel quartiere Traiano a Napoli, ferito a morte da un colpo esploso, sembra accidentalmente, da un carabiniere. Era in sella a uno scooter assieme ad altri due ragazzi, uno dei quali latitante. Imbattutisi in una pattuglia, i tre non si sono fermati all’alt. Ne è nato un inseguimento che ha avuto, purtroppo, l’epilogo drammatico che tutti conosciamo.
Il caso ha avuto ampia risonanza nell’opinione pubblica, divisa tra chi criticava l’operato dei militari accusandoli di aver premuto il grilletto con troppa facilità e chi invece li difendeva, puntando il dito contro i tre ragazzi che si erano dati alla fuga. L’ennesima manifestazione di una passione tutta italiana: quella di spaccarsi in fazioni, di schierarsi in tifoserie opposte. Per storia personale, per cultura, per ideologia. Senza ragionare. Senza pensare che, quando un giovane perde la vita in questo modo, a uscire sconfitti non siamo tu o io, ma l’intera società.
A noi di Estensione non interessa distribuire condanne o assoluzioni. Il nostro compito è tentare di capire e dare al lettore alcuni strumenti utili a fare lo stesso, così da provare a spiegare come sia possibile in Italia, nel 2014, piangere sulla bara di un diciassettenne morto ammazzato. Per questo abbiamo voluto incontrare una persona che a Napoli ci vive e ci lavora da anni, e che di professione fa proprio il carabiniere. Per ovvie ragioni, ci ha chiesto di rimanere anonimo. Ecco il suo racconto.
– Buonasera, e grazie di aver accettato di parlare con noi. Ricorda cosa stava facendo quando ha ricevuto la notizia di quello che era successo?
“Erano da poco passate le tre di notte quando ricevetti la telefonata del mio comandante. Mi ordinò di correre in caserma e radunare gli altri colleghi per recarci subito al Rione Traiano. Al momento si sapeva solo che un ragazzo era deceduto durante un inseguimento condotto da una pattuglia della nostra Radiomobile.”
– E poi?
“In un quarto d’ora mi sono alzato, lavato, vestito e ho raggiunto il comando. Arrivati a Traiano siamo stati aggrediti e presi a sassate da un centinaio di ragazzi. Due autoradio sono state completamente distrutte, hanno sfondato i vetri con i bidoni dell’immondizia. Le targhe sono state rubate, le gomme bucate, la carrozzeria ammaccata in ogni punto.”
Una delle vignette con cui il Corriere della Sera ha provato a ricostruire la dinamica dell’incidente (www.blogdiattualita.it)

– Qualcuno, commentando l’accaduto, ha affermato che i carabinieri oggi vengono inviati sulle strade impreparati, senza la necessaria esperienza per affrontare determinate situazioni. E’ vero?
“Nel caso specifico non parliamo di un giovane carabiniere, ma di un militare con 13 anni di nucleo Radiomobile alle spalle di cui due e mezzo a Napoli. Mi sento quindi di poter dire che il collega era molto preparato ed è stato solo sfortunato.
– Davide era minorenne, i due giovani che lo accompagnavano avevano rispettivamente 18 e 23 anni. Si inizia davvero a delinquere a quest’età, a Napoli?
“Purtroppo molto prima, come posso testimoniare per esperienza diretta. E questo è imputabile in primis alle famiglie. Quando ero ragazzo a me non era concesso rimanere in giro a quell’ora come se niente fosse, né andare in giro senza casco in sella a un ciclomotore, peraltro senza assicurazione. E tantomeno frequentare pregiudicati.”
– Il giorno dopo il fatto nel quartiere Traiano, la gente gridava: “Noi qui i carabinieri non li vogliamo vedere più, sono nostri nemici”. Vi capita mai di essere trattati da nemici dalla popolazione, o di sentirvi come tali?
“Le urla erano di comodo, lanciate da quelli per cui noi rappresentiamo l’unico ostacolo. Tolti noi, i loro affari andrebbero meglio e i loro parenti magari non sarebbero in cella. La gente per bene non urlava, stanne certo. E non si è unita a questa vergognosa sceneggiata foraggiata dai media.”
– Quanto è difficile fare il lavoro che fa lei, a Napoli?
“In questi anni per il 90% ho avuto a che fare con malavitosi, ma è quel restante 10% che ti da le motivazioni per andare avanti. Le persone oneste ci sono, anche se il sistema-Italia non le tutela né qui né altrove. Noi stessi assistiamo continuamente a sconti di pena, decreti svuota carceri e blocchi salariali, denigrazioni professionali che da sole basterebbero a farci chiedere chi ce lo fa fare di rischiare la vita. Ma quando poi mandi in galera un criminale e le sue vittime ti dicono grazie, quando aiuti una famiglia analfabeta a compilare un modulo e a ottenere un aiuto, quando il cittadino prende fiducia e ti aiuta ad arrestare i delinquenti, allora capisci che tu devi continuare a lavorare a testa bassa per quello che credi.
Davide Permunian