sabato 23 Novembre 2019
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Il linguaggio “giraffa” che annulla il linguaggio “sciacallo”

bambino

Sta continuando il “Listen’App“, la serie di incontri sostenuti da Chiara Zambon, formatrice delle organizzazioni, e promossa dal Comune di Monselice. Il gruppo si fa sempre più unito, l’ascolto sempre più attento, il corpo sempre più rilassato (avete presente la comunicazione non verbale?) e i cuori sempre più vicini e aperti. Magari già un po’ di consapevolezza comincia ad aleggiare nell’aria, quella famosa consapevolezza di aver finalmente capito come ascoltare veramente chi ci sta di fronte.

Ma se vi siete già interrogati su quanto siate dei buoni ascoltatori o se abbiate effettivamente mai ascoltato realmente le parole di un vostro ipotetico ascoltatore, e siete giunti ad una risposta negativa, anche leggermente sconsolati, ora vi svelo un segreto, magari per tirarvi un po’ su di morale. Siete già stati tutti degli ottimi ascoltatori, almeno una volta nella vostra vita. Forse non lo ricordate, perché è stato molto, molto, ma molto tempo fa, ma effettivamente, lo siete stati.

Vi state forse chiedendo quando, dal momento che voi non riuscite proprio a ricordare? Ebbene, non siete forse stati tutti bambini un tempo? Dovete sapere che un bimbo, da uno a tre anni è ritenuto l’ascoltatore per antonomasia. E non solo, un bambino, in quest’arco di tempo è la perfezione per antonomasia: il primo tra gli ascoltatori, il primo tra gli investigatori, il primo tra i sapienti, il primo tra i giocatori, il primo tra i viaggiatori, il primo tra i creativi, il primo tra i pittori, il primo tra gli architetti, il primo tra i costruttori. Immaginate un bimbo di un anno, che non sa ancora parlare, o per lo meno, sta incominciando ad articolare le prime parole, per la gioia del propri genitori. Non sa parlare ma sa ascoltare, è in grado di recepire ogni sillaba, ogni suono, ogni espressione, ogni tono e cambiamento di voce; e trasmette degli inequivocabili feedback, come se dicesse “Sì, io ti ascolto. Continua a parlare, non smettere mai“.

Pochi mesi più tardi lo stesso bimbo impara ad articolare frasi di senso compiuto, per l’orgoglio (o per la disperazione, questa volta?) dei propri genitori. Già, proprio in quel momento ha inizio l’irrefrenabile fase dei “perché. Il bambino, sommerso dalle domande, a volte più grandi di lui e insaziabile di risposte, diventa un’instancabile fonte di quesiti. “Perché il cielo è azzurro? Perché il cagnolino è così tanto peloso e io no? Perché devo farmi il bagno? Perché la mamma non è mai a casa con me? Dov’é la nonna? Perché il mio papà mi punge le guance quando mi bacia? Perché non ho un fratellino anche io? Perché il mio pupazzo preferito non mi risponde quando gli parlo? Perché non posso mangiare sempre? E perché? E perché? E perché? E perché?” Ad ogni domanda deve seguire una risposta, risposta che lui ascolterà, come solo un bimbo sa ascoltare. Ascolterà, recepirà, metabolizzerà e inevitabilmente, da una risposta scaturirà un’altra domanda, e così via, senza sosta.

Ma allora, al compiere dei quattro anni, che ne è stato del vostro “io ascoltatore“? Credendo di aver soddisfatto tutte le vostre domande di bambini, l’avete messo da parte per far posto a qualche altra sfumatura di voi? Potrebbe anche essere, date le numerosissime sfaccettature che fanno a gara ogni giorno dentro di noi per emergere alla luce del sole, per impadronirsi dei nostri occhi, delle nostre mani, delle nostre labbra. Ma ora che sapete, ora che avete un dato in più, sfogliate i quadernoni della vostra memoria, facendo attenzione alle pagine più fragili ed invecchiate, e ritrovate il capitolo dedicato all’ascolto attivo, quello mosso dalla curiosità, dal bisogno di sentirsi vivi e pieni, quello in cui ascoltavate per il puro piacere di farlo. A dirsi non sembrerebbe poi così difficile, ma a farsi?

Un ciclo d’incontri dedicati esclusivamente all’ascolto, ma poi perché quest’ultimo è così importante? Un bambino di tre anni, libero, puro, disinibito, concentrato esclusivamente sui suoi bisogni, non può saperlo; ma tutti noi sì. Noi tutti dobbiamo avere il diritto e l’obbligo di sapere: l’ascolto è il primo passo verso la relazione, l’ascolto mantiene viva la comunicazione, l’ascolto è ciò che permette prima di conoscere sé stessi e poi l’altro. Ma come può l’ascolto mantenere viva la comunicazione?

Essenzialmente, lo fa quando cerca la risposta ai “bisogni veri“. E questi famigerati “bisogni veri” cosa sono? “Pulsioni che vengono messe in atto quando si ha una mancanza da colmare“. Sono quindi estremamente soggettive ed ognuno ne ha una propria scala. Ad ogni bisogno corrisponde un determinato comportamento, una risposta implicita e silenziosa ad un senso di malessere interiore. E’ tutta una questione di sopravvivenza: solo i più forti guerrieri riescono a soddisfare i propri bisogni, non senza versare sangue e sudore, il più delle volte.

Proprio per questa lotta alla sopravvivenza, in campo relazionale, si deve fare in modo che il linguaggio “giraffa” abbia la meglio sul linguaggio “sciacallo“. Perché proprio questi due animali? La giraffa è l’animale con il cuore più grande di tutti, mentre lo sciacallo rappresenta l’emblema del giudizio, della prima impressione che annulla la realtà. Uno degli errori più frequenti è proprio quello di unire le osservazioni con le valutazioni, solo non mescolando ciò che si vede con la propria opinione, ci si salva, solo distinguendo tra ciò che si sente e ciò che si pensa.

Perché farsi bloccare dalla ragione? Perché non lasciarsi andare ai propri sentimenti, alle emozioni, agli impulsi, agli istinti?

Il segreto è tornar bambini, liberi e disinibiti, puri e immacolati, non corrotti dai luoghi comuni e da una realtà macchiata dal pregiudizio. E’ possibile, non temete. Del resto, anche Antoine de Saint-Exupéry, nel suo capolavoro “Il piccolo principe” scriveva:

«Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano).»

Sfogliate le pagine della vostra vita. E ricordate. Intraprendete un viaggio a ritroso, fate rivivere quel bambino “perfetto ascoltatore” oggi. Nel vostro presente.

Erica Randi

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