ATTUALITA’ – Lo strano caso di Federico Aldrovandi

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federico aldrovandi

È il 25 settembre 2005, Federico torna a Ferrara dopo aver trascorso la serata a Bologna. Durante la serata assume eroina, ketamina e alcool in dosi assolutamente non sufficienti per causare un arresto respiratorio (ketamina 175 volte inferiore alla dose letale, ed alcool inferiore a limiti fissati dal codice della strada per guidare. Sono le 5.00 del mattino, viene lasciato dagli amici nel parcheggio a quasi 1km di distanza da casa. Era sua abitudine fare così, camminare un po’ prima di rientrare. Prende Via Ippodromo, una strada chiusa per le auto, ma non una strada isolata. Sulla destra molte case, sulla sinistra l’ippodromo, infondo un parco.

L’unica cosa certa di ciò che successe quella notte è la morte di Federico, dopo uno scontro fisico avvenuto con quattro agenti della polizia.

Quella mattina, i genitori di Federico si accorgono che il figlio non è ancora tornato. Allarmati cercano di chiamare. Prima prova ripetutamente la madre Patrizia (registrata alla voce “mamma”) senza ottenere alcuna risposta, poi prova il padre (registrato come “Lino”). Risponde un ispettore di polizia, sono le 8.00 del mattino e Federico è già morto da quasi due ore:

“Chi è?”

“Come chi è? Sono il padre di Federico.”

“Abbiamo trovato il cellulare di suo figlio in una panchina, stiamo facendo controlli.”

Nessun accenno riguardo la morte del figlio. Patrizia e Lino vengono informati dell’accaduto solamente 5 ore dopo da Nicola Solito, ispettore della Digos e amico di famiglia (il padre di Federico è  un vigile urbano).

Il riconoscimento del corpo del figlio non sarà fatto dai genitori, ma dallo zio di Federico, un infermiere professionale, il quale nota una ecchimosi marcata che parte dalla fronte fino ad arrivare allo zigomo. “Sembrava una persona investita” afferma “o una persona rotolata, o ruzzolata.. un malore? Un malore con una testa sfondata?”

I passaggi successivi vedono gli amici di Federico, ancora ignari della morte dell’amico, portati in questura.

Andrea Boldrini dichiara: “mi hanno accusato di aver lasciato Federico per strada, che l’ho fatto perché mi vergognavo delle sue condizioni fisiche..che eravamo tutti dei tossici.. quando ho chiesto come fosse morto mi è stato risposto – uno schioppone – lasciandomi credere che fosse morto per overdose”. Paolo Burini invece riporta che dopo aver chiesto se Federico fosse in coma, la risposta ottenuta fu “è morto. Il tuo amico è morto perché è un drogato. Anche tu sei un drogato. Lo sappiamo che siete dei drogati. Dimmi da chi prendi la droga.”

Si dispone l’autopsia e si apre l’inchiesta, cambia la tesi iniziale, che sosteneva che Federico fosse morto per overdose: ora è morto a seguito di un malore.

Patrizia, la madre, afferma “dicevano che Federico si era ferito la testa battendo contro i muri. Questo è stato smentito. Mi sono stati consegnati i suoi vestiti, erano imbrattati di sangue e la polizia raccontava che era un drogato, che si era fatto male da solo..per questo ho iniziato a scrivere in un blog, perché i giornali tacevano”. È la svolta. Il silenzio viene rotto. Nasce il comitato “Verità per Aldro”, fino al giorno in cui al blog arriva una lettera: “mia madre raccontava che si era svegliata verso le 5.30 6.00 perché sentiva delle urla di un ragazzo ed era riuscita a capire solo le frasi – basta, smettetela, basta vi prego –  Suppongo che fosse la voce di Federico, che implorava gli agenti di smettere, ma smettere di fare cosa? Pensavo ci fossero altre testimonianze, ma da quel che ho capito non si è fatto avanti nessuno. Mi sembra impossibile che in una via come la nostra nessuno abbia visto niente”.

È un momento cruciale, e con cruciale intendo cruciale per l’umanità, il 19 gennaio 2006 Carlo Giovanardi parla. Sarà la prima di una lunga serie di uscite fuori luogo del ministro. In aula Giovanardi ripropone la versione della questura (che è quella dei 4 agenti) ma inserisce un particolare: i manganelli rotti. Riporta che una cittadina aveva chiamato il 112 riferendo che qualcuno stava andando in escandescenza e che stava sbattendo contro tutto, conclude affermando che durante la colluttazione gli agenti hanno dovuto usare lo sfollagente. E questi sfollagente, questi manganelli mai nominati prima, che fine hanno fatto? Perché non sono mai stati menzionati nei verbali? Perché si sono rotti? Bizzarro poi, che sul corpo di Federico ci siano ferite non mortali ma violente che corrispondono perfettamente con ferite inferte proprio da manganelli.

Le indagini proseguono e i periti dei legali della famiglia affermano che la morte di Federico è avvenuta per schiacciamento del torace. A Federico sono state ammanettate le mani dietro la schiena e gli sono saliti sopra.. la droga a questo punto non c’entra nulla e si parla di omicidio preterintenzionale. I quattro agenti di polizia Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto, che quella sera fermarono Federico, vengono chiamati in aula ma si avvalgono della facoltà di non rispondere.

L’unica testimonianza ufficiale è quella di una cittadina del Camerun in attesa del permesso di soggiorno, la quale vede la scena dalla finestra di casa: un corpo steso per terra e un poliziotto sopra. Di Federico scorge solo le gambe. Riporta di aver sentito da parte di un poliziotto la frase “ma c’è sangue” e la risposta di una donna “è la roba, mica siamo stati noi. Comunque moderate che ci sono le luci accese”.

In aula, Pollastri parla per la prima volta a nome di tutti, dichiarando il proprio dispiacere verso la famiglia di Federico ma affermando di aver agito correttamente.

Enzo Pontani racconta che Federico faceva dei salti su se stesso, aveva gli occhi fuori dalla testa, sembrava un extracomunitario..aveva un collo taurino con delle vene che uscivano quasi.. “siamo qui per aiutarti, dissi, e all’improvviso uno scatto fulmineo salta sul cofano dell’autovettura e mi sferra un calcio al volto e mi sono sentito toccare la pistola. Ho preso paura, qualcuno poteva farsi male sul serio”. Nella descrizione della prima colluttazione compare il particolare della pistola, mai emerso dai racconti e dai verbali precedenti. Insomma, gli agenti si sono solo difesi, non hanno usato violenza e dopo averlo ammanettato Federico è morto improvvisamente. Riguardo i manganelli Forlani afferma “nel cadere, Aldrovandi mi ha preso per il maglione e mi ha trascinato a terra con lui, nel cadere il manganello che era libero sulla mano destra ha fatto perno per terra e sul piano e si è spezzato”.

Diversi altri abitanti di via ippodromo parlano al processo: non hanno sentito nulla, chi aveva il condizionatore acceso e le finestre chiuse e chi “non  ho visto niente e non voglio sapere niente, la polizia si deve anche difendere delle volte, io dico che le forze della polizia fanno il loro dovere alla notte, e che dovere, alle volte ci rimettono anche la pelle e delle volte purtroppo ci sono delle vittime, e ci sono, che non c’entrano niente”

Comunque, le incongruenze dei 4 poliziotti continuano ed una è il fattore tempo. Lo scontro doveva essere durato poche decine di minuti, ma le registrazioni telefoniche e le testimonianze confermano una durata minima della colluttazione di almeno 25 minuti ed è lo stesso Enzo Pontani che nella telefonata fatta alla centralina della polizia alle 6.12 afferma che lui e gli altri agenti hanno a che fare con un pazzo, che sono tutti sbucciati e che il ragazzo ha spaccato la macchina, la portiera, il vetro… “una lotta di mezz’ora con questo. L’abbiamo bastonato di brutto..adesso solo è svenuto, non so mezzo morto”. “Bastonato di brutto” è una frase un po’ particolare ma il poliziotto si giustifica dicendo che è semplicemente un modo di dire.

È il giorno della sentenza, Luglio 2009, i quattro agenti vengono condannati a 3 anni e 6 mesi per eccesso colposo nell’utilizzo della forza. La pena però viene ridotta a 6 mesi per l’applicazione dell’indulto. Nel 2013 Monica Segatto (che ha avuto come difensore in Appello e Cassazione Niccolò Ghedini, l’avvocato di Berlusconi) viene scarcerata sulla base del decreto Severino (lo “svuota-carceri”) dopo appena un mese di detenzione, e finisce agli arresti domiciliari.Nel 2010 poi, furono condannati altri tre poliziotti per omissione di atti e d’ufficio e favoreggiamento. I tre sono Paolo Marino, Marcello Bulgarelli e Marco Pirani.

Infine, il 27 marzo 2013 il Coisp (sindacato di polizia) ha manifestato sotto gli uffici della madre di Federico Aldrovandi, per esprimere solidarietà ai colleghi condannati.

Come conclusione, riporto l’ultima uscita di Giovanardi: “quella macchia rossa dietro la testa di Federico non è sangue, è un cuscino”.

Ora resta solo una domanda che probabilmente non avrà mai risposta. Perché Federico sia morto così e cosa successe quella notte. Perché si scatenò il tutto?

Chiara Milan