ATTUALITA’ – La violenza sulle donne

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gioconda occhio nero

Il SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) di Padova, lunedì 26 Novembre ha tenuto una conferenza per ricordare la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Durante la conferenza sono intervenute la dottoressa Cristina Ranzato e la dottoressa Melissa Rosa Rizzotto per affrontare le diverse fasi della violenza: dalla paura alla sofferenza, fino alla denuncia e alla liberazione. Temi poi trattati anche attraverso varie letture e con la proiezione di un filmato.

Innanzitutto è stato analizzato il concetto di violenza. Col termine solitamente si indica l’azione fisica o psichica esercitata da una persona su un’altra. La violenza quindi, può agire su diversi piani e non implicare esclusivamente un danno fisico. Prova ne è che quando si parla di intimidazioni, minacce o imposizioni forzate, si parla pur sempre di violenza.

Portiamo un esempio lontano dalla nostra quotidianità: siamo Africa, in periodo di guerra. I soldati giungono nel villaggio nemico nel quale sono rimaste solo donne, vecchi e bambini e decidono, come tattica di guerra, di stuprare il maggior numero possibile di vittime. Ma perché scegliere di compiere un gesto simile? Semplice: una bambina, una volta violentata, siccome impura, viene mandata a morire fuori dal villaggio senza alcuna possibilità di sostentamento, semplicemente per una pura questione culturale. Si può essere d’accordo o meno sul tipo di risoluzione utilizzata per il fatto, ma, in quanto impura la bambina non può più essere sporcata da altri e quindi viene allontanata. Ora, si cerchi di immaginare in questi contesti quanto possa essere difficile denunciare una violenza subita. Ma, a differenza dell’Africa, è forse più semplice riuscire a farlo qui? Molto probabilmente no. E viene spontaneo chiedersi quale sia il primo problema che ci si trova ad affrontare quando si subisce una violenza. Sicuramente la vergogna. Successivamente l’essere convinti di aver potuto provocare tale violenza ed infine l’essere ulteriormente convinti che questo sia uno stigma sociale.

Altro delicato punto è quello del momento del ricovero ospedaliero. Quando una donna che ha subito una violenza vi si reca per dichiarare l’accaduto, quale situazione si crea? Quali sensazioni emergono? In primis il senso del pudore, il sentirsi sporche, il disagio e alle volte l’incapacità di riuscire ad ammettere che colui che ha procurato i lividi non sia stato uno sconosciuto occasionale, bensì il proprio partner. Non a caso il più classico dei racconti si sente da parte di una donna ricoperta di ematomi che afferma di essere scivolata e di aver sbattuto sul bordo del lavandino: sì, più o meno agli ottanta all’ora però.

Ma, a questo punto, prima di continuare, facciamo una piccola digressione su cosa sia una scheda di dimissione ospedaliera.
In Italia esiste un tot di informazioni, dal punto di vista della salute e in generale degli individui, che vengono raccolte in maniera sistematica e che si chiamano flussi correnti. Ossia, lo stato ha l’obbligo di raccogliere alcune informazioni cardine sulla salute della popolazione che servono per una serie di motivi (come per capire lo stato di salute o la necessità di riorganizzazione eventuale dei servizi). Un altro flusso capillare è quello di dimissione ospedaliera: tutti gli ospedali pubblici o privati sono obbligati a registrare una scheda nel momento in cui il paziente entra in ricovero e a compilarne un’altra nel momento in cui il paziente viene dimesso. Quindi, qualunque ricovero avvenga in Italia viene registrato con una modalità unica standard nazionale che poi viene trasmessa al ministero e all’Istat per scopi di ricerca. Tale flusso di dati è obbligatorio, perciò non si può ricoverare alcuna persona senza prima compilare una scheda di tale tipo. E poiché tale flusso obbligatorio contiene dati relativi alla persona (chi è, dov’è nato, la sua residenza…) alla cultura (la sede della struttura dov’è stato ricoverato, il tipo di reparto…) e ai motivi del ricovero, si riesce a sapere con precisione quanti e quali tipi di ricoveri si effettuino annualmente. In tal modo si ha la possibilità di ricostruire una storia sulla popolazione che si osserva.

Inoltre esiste l’ “International Certification of Diseases” creato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il quale afferma che per ogni tipo di malattia sia necessario apporre un determinato codice numerico. Perché tale scelta? La risposta è semplice. In tal modo vi è la possibilità di standardizzare e quindi di parlare con tutto il mondo lo stesso linguaggio anche se non si conosce la lingua l’uno dell’altro. E sicuramente, dal punto di vista organizzativo, avere nel mondo lo stesso modo di comunicazione semplifica fortemente la comunicazione (il flusso di dati è facilmente analizzabile poiché ad un certo numero corrisponde una determinata diagnosi).

Bene, tutto questo prologo per porre l’attenzione sul fatto che, se la violenza è una malattia, l’organizzazione mondiale della sanità (che ha inventato l’”International Certification of Diseases”) ha posto dei codici per essa? Ovviamente, sì. E dunque, se la violenza si può manifestare in varie forme, una malattia che viene a trovarsi all’interno del codice equivale a dire che è una malattia diagnosticabile. Il senso che le dottoresse hanno voluto trasmettere ai ragazzi è che quando ci si trova davanti ad una forma di maltrattamento, che sia fatto su donna, uomo o bambino, il compito del medico è estremamente delicato e difficile. Non è infatti quello di fare il giudice o l’assistente sociale, bensì esclusivamente il medico: bisogna riuscire ad affrontare il problema come se fosse una qualsiasi forma di malattia, per meglio riuscire a curarla e trattarla.

Infine, a conclusione del convegno, i ragazzi del SISM hanno proposto la visione di un video (qui il link: http://www.youtube.com/watch?v=zzh7FmmNDAM ) nel quale compare l’attrice Franca Rame. Era il 9 marzo del 1973, il giorno in cui la donna fu aggredita da 5 neofascisti, i quali la portarono su un furgoncino e la violentarono, lasciandola poi sul giaciglio della strada. La violenza fu raccontata due anni dopo attraverso il monologo “Lo stupro”, senza dichiarare di averla vissuta personalmente (dichiarazione che fece solo successivamente). La stessa Franca Rame spiega che per lei quell’evento fu così angosciante che non riuscì a parlarne né ai suoi cari, né alle forze di polizia. Lo sentiva come un fatto sporco che non voleva rivelare a nessuno, un fatto che la umiliava.

Chiara Milan