ATTUALITA’ – Città metropolitana: lo spettro di un nuovo pasticcio all’italiana

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In Italia si scannano su tutto, ma poi non cambia niente”. Sono parole che possono sembrare scontate, ma sta di fatto che dietro a questa affermazione si nascondono, ma neanche tanto, l’immobilismo, la confusione e la mancanza di idee di un paese che, nonostante gli sforzi, continua a costeggiare pericolosamente l’orlo del baratro. Nell’attuale crisi le difficoltà del sistema-paese stridono con la necessità di un cambio di marcia che ci permetta di fare un salto di qualità, ma spesso in Italia , riprendendo le parole d’apertura del cantautore (e molto altro) Giorgio Gaber, si creano polemiche su polemiche e si discute tanto non per creare un confronto, ma piuttosto per gettare fumo negli occhi. Il tutto nella speranza di mantenere così, nell’indifferenza latente, uno status quo inaccettabile.

Questa situazione si è riproposta in occasione del recente decreto legge n°188 del 5 novembre 2012 con il quale il governo ha deciso il riordino delle province esistenti e l’istituzione delle città metropolitane. Il provvedimento ha previsto per il Veneto l’aggregazione di Padova a Treviso, quella di Rovigo a Verona e l’istituzione della città metropolitana di Venezia. A ciò ha fatto seguito il rispolvero di una vecchia idea, la creazione di un’area metropolitana ulteriormente allargata, la PA-TRE-VE, ovvero Padova-Treviso-Venezia. L’esigenza di riordino non è solo una questione di “casta” o di poltrone, ma può acquisire un significato molto più profondo: da un lato quello di ridurre i costi in virtù del clima generale di austerity, dall’altro quello di riorganizzare in modo più efficiente l’apparato burocratico-amministrativo dello Stato. Tutti quanti, anche coloro che seguono da più lontano le vicende della politica, hanno avuto esperienza della scarsa capacità di risposta della pubblica amministrazione e del suo progressivo allontanamento dai cittadini. Proprio per questo una seria ristrutturazione dell’apparato istituzionale potrebbe cambiare in positivo molti aspetti della vita delle persone e delle imprese.

Tutto ciò è stato al centro di un interessante incontro promosso dall’amministrazione comunale di Este e tenutosi lunedì 3 dicembre in sala Fumanelli presso l’ex zuccherificio. Questo convegno, promosso al fine di illustrare ai cittadini il futuro assetto economico-politico del Veneto, ha visto la partecipazione in qualità di relatori di esponenti di vario grado delle istituzioni quali il vicesindaco di Padova Ivo Rossi, l’onorevole  Antonio De Poli e il consigliere regionale estense Piergiorgio Cortelazzo, del segretario padovano della Cgil Andrea Castagna e della dottoressa Francesca Gambarotto, docente di economia del territorio presso l’università di Padova. La serata, sapientemente coordinata dal primo cittadino di Este Giancarlo Piva, si è aperta proprio con l’intervento della dottoressa Gambarotto, la quale ha esordito sottolineando come sia fondamentale che il mondo della politica sappia adeguarsi ai cambiamenti sociali, economici e politici in corso. La globalizzazione ha profondamente mutato anche la realtà dell’impresa creando un unico mercato globale in cui si confrontano quotidianamente con spirito competitivo realtà molto diverse. Ciò comporta la necessità di “fare rete”, rafforzando la sinergia tra i singoli territori così da permettere a questi di inserirsi in modo efficiente in un sistema sovranazionale. La stessa Gambarotto ha poi evidenziato come in Europa questo processo abbia già portato alla nascita di aree metropolitane quali, ad esempio, la Baviera e il Reno-Westfallia in Germania o la zona di Londra in Inghilterra. Proprio questa scelta risulterebbe poi determinante nell’ottica dell’accesso ai fondi europei. Il secondo e il terzo intervento hanno visto protagonisti Piergiorgio Cortelazzo e Antonio De Poli i quali hanno analizzato l’aspetto politico della questione. A questo punto sono emerse opinioni contraddittorie sull’effettiva utilità dell’operazione la quale presenta anche numerose criticità. In primo luogo non è apparso del tutto chiaro il percorso che porterebbe alla nascita di questo nuovo organismo politico e quale sarebbe la rappresentanza dei singoli territori al suo interno. Cortelazzo ha poi evidenziato che Venezia, individuata come vertice politico dell’organizzazione, è una realtà molto differenziata dalle altre in virtù delle sue specifiche caratteristiche che ne renderebbero difficile l’integrazione con Padova e Treviso. La Bassa padovana secondo Cortelazzo dovrebbe avere una mentalità più intraprendente evitando così di rimanere nuovamente ai margini della “stanza dei bottoni”. L’onorevole De Poli ha invece rimarcato l’atteggiamento “pilatesco” della regione che, invitata dal governo ad esprimere un parere sulla riorganizzazione del territorio, ha preferito non prendere posizione puntando ad un mantenimento dello status quo. A prendere poi la parola è stato il vicesindaco di Padova Ivo Rossi che ha evidenziato la necessità di sviluppare una mentalità lungimirante che permetta di scrivere un futuro diverso, non più ancorato a vecchi schemi mentali e a ragioni di campanile. Il centro della questione si è spostato dunque sul ruolo di Padova. Incalzato dalle domande di Cortelazzo e De Poli, Rossi ha poi evidenziato come la città patavina non abbia alcuna intenzione di abbandonare la propria cintura urbana, ma intenda aprire un dialogo con i comuni della provincia in modo tale da esercitare in futuro una forte moral suasion. E’ stato poi evidenziato come all’aggregazione istituzionale debba necessariamente far seguito una gestione accorpata dei servizi che permetta da un lato di erogare migliori prestazioni ai cittadini e dall’altro di contenere i costi creando società di gestione con professionalità e utili maggiori. Nonostante alcuni dubbi, un parere in linea di principio favorevole sull’operazione è stato espresso anche da Castagna che, in qualità di sindacalista, ha centrato il suo intervento sulle ripercussioni che tale riorganizzazione potrebbe avere nell’ambito dell’impresa e dell’occupazione. Aggregare un tessuto produttivo come quello veneto vorrebbe dire creare una delle aree economiche più competitive al mondo, capace di aprirsi al dialogo con i mercati internazionali parlando all’unisono con una voce più forte. Cosa quanto mai urgente, anche per evitare la fuga delle imprese che trasferiscono sempre di più le loro attività produttive all’estero con la certezza di trovare un apparato burocratico più snello e un sistema fiscale meno oppressivo. Quanto detto dai relatori ha visto la grande attenzione del pubblico e soprattutto dei numerosi amministratori locali presenti in sala che, indipendentemente dall’appartenenza politica, hanno gridato con forza la loro preoccupazione evidenziando i grandi sacrifici sopportati dai cittadini e le difficili condizioni finanziarie dei comuni, strozzati dal patto di stabilità e dai continui tagli.

Stando a quanto detto fino ad ora è chiaro come attorno a questa vicenda vi siano ancora molte incertezze. Proprio per questo ci è sembrato opportuno fare maggiore chiarezza chiedendo lumi a Daniele Trabucco, Dottore di ricerca in Istituzioni di diritto pubblico presso l’università di Padova. Questo  dialogo ci ha permesso di scoprire come dal punto di vista di un giurista questa operazione risulti profondamente viziata. In primo luogo appare assai dubbia a livello costituzionale, perché prevista da un decreto legge deliberato in mancanza dei necessari presupposti di urgenza e straordinarietà. Come se non bastasse questo provvedimento è lesivo del principio di autodeterminazione, in quanto la scelta di riorganizzazione viene presa dall’alto senza coinvolgere direttamente i territori e gli enti interessati. Inoltre il tutto prevede risparmi non definiti o addirittura dubbi, rischiando di ridursi all’eliminazione di qualche consiglio provinciale con la necessità di ricostruire da zero un nuovo organo con altre sedi e uffici distaccati. Infine il provvedimento governativo non sembra dettare, oltre a linee di principio, una disciplina completa, ma si limita a delineare la figura di un ente di secondo livello privo di una reale autonomia fiscale e con un novero di competenze poco più esteso di quello di una comune provincia. Da questa autorevole opinione tecnica risulta chiaro il rischio di brancolare nel buio creando un vero e proprio caos istituzionale. Ancora una volta le legittime aspettative di cambiamento sembrano essere state tradite lasciando proseguire la discussione di un’importante riforma su un binario morto fatto di annunci confusi e poca concretezza. Di fronte a questo scenario il professor Trabucco si è spinto oltre delineando un modello vincente di riorganizzazione del territorio. Questo non può che passare attraverso un esteso coinvolgimento delle realtà locali, le quali devono essere protagoniste vere di un progetto di rilancio. Occorre per prima cosa riorganizzare le competenze seguendo il principio dell’unicità delle funzioni, in modo da evitare inutili duplicazioni e sprechi di risorse. Il tutto partendo dalle realtà più vicine al cittadino, quelle che senza alcun dubbio hanno una maggior conoscenza delle situazioni concrete e un contatto diretto con il territorio. Nell’attesa di ulteriori sviluppi la vicenda rimane aperta e tanti (ma forse no) rimangono i punti interrogativi. E il timore che, ancora una volta, si litighi su tutto per non cambiare niente…

Jacopo Bertomoro