ALTRI MONDI – L’Italia vista da fuori – 2^ puntata

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Ordem e progresso”. Così recita la banda bianca sulla sfera blu della bandiera del Brasile. “Ordine e progresso”, un progresso visibile soprattutto in termini di crescita economica; stiamo infatti parlando della settima economia al mondo come PIL, nonché della nazione organizzatrice dei Mondiali di calcio del 2014 e dei Giochi Olimpici estivi, a Rio, del 2016. Uno Stato in piena ascesa, quindi, a differenza della nostra disastrata Italia. Ma è tutto (verde-)oro quel che luccica? Siamo diversi da loro tanto quanto siamo distanti geograficamente? Coimbra si dimostra ancora una volta un laboratorio sociale meraviglioso, e mi offre la possibilità di intervistare un giovane ragazzo brasiliano che vive e studia in terra portoghese.

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Renan Oliveira ha 26 anni e non è in Portogallo in veste di studente Erasmus, ma per conseguire il Mestrado in Giurisprudenza, l’omologo portoghese della nostra laurea magistrale. Già lavora in campo tributario, ed è quello che spera di fare per tutta la vita. Renan proviene dal Rio Grande do Sul, la punta più meridionale del paese verdeoro, confinante con Uruguay e Argentina. “La capitale del mio Stato è Porto Alegre, ma vivo in una città a sud” mi racconta. “Il Brasile è uno Stato federale composto da 5 macro-regioni e 27 Stati. E tutti e ventisette hanno una cultura profondamente differente”. Prima sorpresa. Ma come, i brasiliani non si sentono tutti brasiliani?Soprattutto il Rio Grande do Sul è uno Stato un po’ particolare. Noi “gaúchos” ci sentiamo culturalmente più vicini ad argentini e uruguaiani che al resto dei brasiliani. E’ più un sentimento di appartenenza che un’intenzione vera e propria di renderci indipendenti, anche se un tentativo simile c’è stato circa 200 anni fa”.

Approfitto del fatto che Renan capisca e parli abbastanza bene l’italiano per sfoderare subito la mia curiosità: qual è lo stereotipo dominante degli italiani nel Paese verdeoro?Vuoi proprio saperlo?” esclama sorridendo. “Qui vi chiamiamo “mão de vaca”, letteralmente “mano di mucca”, perché si dice che i discendenti degli italiani emigrati in Brasile siano in genere decisamente ricchi e tirchi. E’ una credenza particolarmente diffusa nel Rio Grande do Sul, dove i discendenti degli italiani sono veramente tantissimi. E vi chiamiamo “gringos”, mentre nel nord del Paese un “gringo” è un qualsiasi straniero”. Seconda sorpresa: dall’altra parte dell’oceano non siamo etichettati come latin lover. Ma, a quanto pare, sicuramente spaghettari: “la pasta in Brasile si chiama “massa”: se mai ordinaste una “pasta” vi vedreste portare del dentifricio”. Rido pensando a Felipe Massa, pilota della Ferrari, d’ora in avanti conosciuto come Filippo Pasta. “Ho notato che ne mangiate veramente tanta, ogni giorno. Io invece non riesco a stare senza carne bovina, come da tradizione gaúcha. Due volte al giorno tutti i giorni”. C’è qualcosa che un gaúcho può invidiare al Belpaese?La vostra tradizione, siete culturalmente ricchi praticamente in tutto, nell’arte, nella musica, nel cibo, nello sport. Ma non vi invidio la mafia, della quale in Brasile sappiamo solo grazie ai film. Io stesso ero convinto fosse una questione risolta 70-80 anni fa. In compenso abbiamo il problema dei cartelli della droga e della polizia corrotta. E spesso questi due fattori si sommano”.

Come detto in precedenza, il Brasile organizzerà la Fifa World Cup 2014. Un impegno che a quanto pare non piace a una buona parte del popolo brasiliano, come dimostrano le proteste esplose durante la Fifa Confederations Cup (la prova generale per il Mondiale) nel giugno 2013 per le strade di tutto il Paese. “La manifestazione è nata a San Paolo, quando degli studenti universitari che si lamentavano per l’aumento del costo del biglietto del tram sono stati aggrediti e percossi dalla polizia. Da quel momento in poi la questione si è allargata, divenendo una manifestazione di malessere generale contro lo spreco di denaro pubblico che ha avuto il suo climax a Rio, quando sono scese in piazza 200.000 persone, ma in tutte le città brasiliane, dalle più piccole alle capitali statali, fiumi di persone si sono riversate per le vie. La gente chiedeva che più soldi fossero riservati all’istruzione e alla salute, i problemi più grossi che ha ora il Brasile oltre alla corruzione. Non si possono spendere rispettivamente un miliardo e 800 milioni di reais (circa 325 e 260 milioni di euro, ndr) per uno stadio a Brasilia e per uno a Manaus, nel pieno della Foresta Amazzonica. Due cattedrali nel deserto per due città che non hanno nemmeno una squadra di calcio”.

Passiamo alla politica: “abbiamo circa cinquecento parlamentari suddivisi in due camere, veramente troppi. E mi spiace deluderti, ma di politici italiani conosco solo Berlusconi!”. Rimane basito quando gli spiego che in Italia i parlamentari, tra deputati e senatori, sono quasi mille. Quando gli accenno la presenza dei senatori a vita nel Parlamento Italiano è ancora più incredulo. Forse comincia a pensare che, in fin dei conti, il Brasile non è messo proprio male, politicamente parlando. Ma mi smentisce subito. “In compenso abbiamo un altro tipo di problema: gli evangelici. Gli “evangelicos” non sono un partito ufficiale ma una religione, fanno parte della “bancada evangelica”. Si identificano perché sono omofobici, sono contro l’aborto, seguono la Bibbia passo dopo passo. Sono differenti dai cattolici, sono dei fondamentalisti. Il problema effettivo sorge quando votano in aula: non c’è più il partito, c’è la religione. Addirittura, nella Commissione dei diritti umani della Camera dei Deputati, il presidente è un pastore evangelico e fanno progetti di legge razzisti e omofobici. Fortunatamente, per il momento “solo” il 15-20% del Parlamento è composto da parlamentari evangelici, ma questa percentuale sta crescendo. E nessuno sa quali saranno le conseguenze se mai dovessero raggiungere la maggioranza”. Mi tolgo un’ultima curiosità, dettata dalle molte voci che parlano di portoghesi che, in cerca di fortuna, fanno il percorso inverso rispetto ai loro avi colonizzatori. E’ la realtà dei fatti? “Da quando sono qui in Portogallo in molti mi hanno raccontato di loro conoscenti partiti per il Brasile, ma in Brasile non avevo mai fatto caso a questa tendenza. In ogni caso con loro non abbiamo astio per il passato, né tanto meno pregiudizi con qualsiasi persona che non sia brasiliana e che si trasferisca da noi: i preconcetti esistono solo tra Stati federali. Il Brasile abbraccia tutto il mondo”.

Lo ringrazio per la disponibilità e lo saluto. Uscendo dalla sala mi accorgo di aver appena intervistato non un brasiliano, ma un normale ragazzo di 26 anni. Potrei prendere un foglio bianco, scriverci sopra “straniero”, appallottolarlo e gettarlo nel cestino. Ho finalmente capito che “straniero” non significa nulla.

Giacomo Visentin