E tu, che tipo di pinot nero sei?

Nell'attesa della degustazione a tema del 27 febbraio presso l'Extra Dry di Este, Camilla Breggiè descrive le virtù di un vitigno leggendario, ormai diffuso in tutto il mondo

929

(Testo a cura di Camilla Breggiè di Extra Dry enoteca)

Potrebbe sembrare un test, ma in realtà vuole solo essere un modo semplice e divertente per discutere di un vitigno che quando degusto, inutile dirlo, mi dà sempre grandi soddisfazioni. Forse siete amanti di nebbioli piemontesi, o merlot friulani. Probabilmente adorate Amaroni o famosi Supertuscan. Eppure io credo ci sia un filo conduttore che ci unisce: il pinot nero. Ne sentiamo sempre molto parlare, ne troviamo di proveniente da tutto il mondo. E dunque, quali sono le differenze sostanziali tra l’uno e l’altro? Come facciamo a capire qual è quello che più ci si addice? Se io entrassi in un’enoteca e vedessi una bella fila di pinot neri francesi, italiani, americani e australiani, quale sarebbe la strategia per non avere dubbi o esitazioni e scegliere adeguatamente? Vediamolo insieme.

Sofisticato ed esigente nei confronti dell’ambiente pedoclimatico, è il vitigno che più di tutti fa risaltare il carattere raffinato della Côte d’Or settentrionale, in Borgogna. È questa la sua dimora ideale, dove già nel 1394 è citato come “pinot fin”. Vini leggendari, dotati di un’ottima predisposizione all’invecchiamento, i quali mettono in mostra un bouquet ampio,
arricchito con note di sottobosco, spezie e foglie secche. La conferma dell’unicità di questi vini è spesso data da un assaggio succoso e fresco in gioventù, con tannini a volte levigati, altre volte più irruenti. Col tempo i vini esprimono uno splendido, vellutato equilibrio e una lunghissima persistenza gusto-olfattiva. In questo territorio, infatti, si trova una di quelle rare, magiche combinazioni tra clima e suolo che creano le eccellenze assolute: eleganza quasi irripetibile, profumi variegati di fiori, frutti, soprattutto viola, glicine, mora e mirtillo, che dopo l’evoluzione si arricchiscono di spezie e humus.

Doti preziose che gli hanno permesso di trasferirsi in zone storiche come la Champagne, dove è vinificato in bianco e sottoposto all’antico metodo champenoise; nella Valle della Loira, soprattutto a Sancerre e Menetou-Salon, dove contribuisce alla buona qualità del Cremant de Loire; in Alsazia, dove non è considerato un vitigno nobile come gewürztraminer, riesling e pinot gris, ma ottiene buoni risultati con vini poco colorati e molto profumati caratterizzati da un sapore gradevolmente fruttato. In Italia dà vini interessanti in Alto Adige e Trentino, Oltrepò Pavese e Franciacorta, dove si producono rispettivamente vini rossi eleganti e ottimi vini-base da spumantizzare.

Chiamato spätburgunder in Germania, blauburgunder in Alto Adige e Austria, è un vitigno a maturazione precoce e con una resa non particolarmente entusiasmante dal punto di vista quantitativo. In Alto Adige lo ritroviamo con colori non troppo profondi, sofisticate note floreali, fruttate, speziate. Accenti di eucalipto, tabacco. Caratteri più duri e marcati rispetto quelli che abbiamo visto poco fa in territorio francese. In effetti non possiamo pretendere diversamente da terreni di origine calcarea e porifica, formatisi dopo il ritiro dei ghiacciai. Avremmo quindi spiccate note minerali, grande freschezza e basso tenore in tannini. Qui è impiegato insieme a chardonnay e pinot bianco nella produzione di ottimi spumanti metodo classico, ottenuti spesso superando i 1.000 metri sul livello del mare, i Trento Doc.

Nelle zone più fresche della California, e soprattutto in Oregon, si stanno ottenendo ottimi risultati, anche se le quantità sono ancora piuttosto ridotte, così come a Marlborough in Nuova Zelanda dove si producono versioni più snelle e con fresche note fruttate o come nella punta sud dell’Australia, la Yarra Valley, che guarda l’isola di Tasmania. Una curiosità: gli Stati Uniti sono raramente presi considerazione quando parliamo di viticoltura. A molti di noi basta pensare a Italia e Francia come i colossi dell’enologia eppure, in una degustazione alla cieca del 1979, il pinot nero 1959 di Eyre Vineyard prodotto da David Lett (vigneron americano) arrivò secondo dietro lo Chambolle-Musigny 1959 di Robert Drohuin (grande vigneron della Borgogna) e davanti al Clos de Béze 1961, sempre di Drouhin. L’Oregon entrò con prepotenza, già da quel momento, tra gli Stati più importanti del mondo dei vini. Più di qualcuno lo battezzò come “la nuova Borgogna” specie per i loro microclimi così simili.

Potremmo continuare ad analizzarne molti altri, ma per questo aspetteremo con grande entusiasmo la degustazione in programma martedì 27 febbraio all’Extra Dry enoteca di Este! Insieme degusteremo: il Buvoli metodo classico dell’Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli (Gambugliano, Vicenza); il pinot nero di Vignalta (Colli Euganei, Padova); l’Alto Adige pinot nero di Tiefenbrunner Riserva (Niclara, Bolzano); il Domaine Chanson Pere & Fils Pommard (Côte d’Or, Bourgogne). Preparate il palato a qualche sorpresa gastronomica che ci accompagnerà in questo viaggio! Per rimanere collegati alla nostra rubrica all’interno di Estensione clicca qui.

L’autore

Camilla Breggiè, 28 anni, aspirante sommelier tramite l’Ais (Associazione italiana sommelier) di Vicenza, dieci anni trascorsi nel mondo della ristorazione tra Trentino-Alto Adige, Svizzera e, come supervisor, a Ibiza e Amsterdam. Appassionata di enogastronomia da tutta la vita, mi sono prefissata come obiettivo la promozione e la tutela delle tradizioni del nostro Paese, oltre a sostenere e incoraggiare le innovazioni che vado incontrando nel mio cammino. Tra le mie passioni più grandi anche lo sport, il pianoforte e la pittura.

(Informazione pubblicitaria)

Salva Articolo

Lascia un commento