«Il referendum sull’autonomia? Una costosa presa in giro ai cittadini»

Seconda intervista sul tema del referendum: Andrea Quadarella, ex consigliere comunale, si è impegnato a favore dell'astensione. «Zaia sta chiedendo ai veneti qualcosa che sa già di non poter ottenere»

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Dopo l’intervista a Tiberio Businaro, sindaco di Carceri, schierato a favore del sì, proponiamo quella ad Andrea Quadarella, già consigliere comunale di Este, che ha deciso polemicamente di non partecipare al referendum sull’autonomia del Veneto in programma domenica.

– Quadarella, lei ha sposato la linea dell’astensione. Perché?

«Perché questo è un referendum “placebo”: illude i cittadini di avere futuri benefici, ma in realtà non produce nessun effetto concreto. Il quesito proposto, l’unico che la Corte Costituzionale ha ammesso, riguarda la possibilità per la Regione di raggiungere l’autonomia in alcune materie limitate e tra queste, sia chiaro, non c’è quella fiscale. Allo stesso risultato si poteva arrivare aprendo una trattativa con lo Stato, senza indire una consultazione popolare tramite la quale Zaia sta chiedendo ai veneti qualcosa che sa già di non poter ottenere».

– La sua contrarietà è rivolta solo al tipo di percorso che si sta facendo o anche all’autonomia della Regione in sé?

«A entrambe. Confesso che ho molti dubbi anche sul federalismo regionale. Preferirei di gran lunga la nascita di una federazione europea in cui l’Italia, la cui unità per me è sacra, giochi il ruolo da protagonista che solo nella sua interezza può ottenere. Non santifichiamo le Regioni attribuendo loro una virtuosità che spesso non hanno: il Veneto, per esempio, ha conosciuto lo scandalo Mose e vive oggi un grande deficit ambientale dovuto a quel “progresso scorsoio” di cui scriveva Andrea Zanzotto, dovuto a una mancata regia dello sviluppo economico. Inoltre la nostra sanità sarebbe un’eccellenza ma è governata malissimo».

– Però indire un referendum significa sempre dare ai cittadini la possibilità di esprimersi. Non è positivo?

«Penso che questo referendum sia uno strumento che serve a chi lo promuove per raccogliere facile consenso spendendo 15 milioni di euro. Ѐ proprio perché sono a favore della partecipazione collettiva al governo della cosa pubblica che sono contrario: quando le persone capiranno di non aver ottenuto niente, perderanno ancora di più la fiducia nella politica e nella democrazia».

– Con quale esito la consultazione sarà un successo per i promotori?

«Raggiungere l’80% di affluenza con la quasi totalità di sì rappresenterebbe un messaggio simbolico, mentre per coloro che, come me, si battono per l’astensione, la speranza è di non arrivare al quorum. Tutti i casi intermedi compresi tra questi due poli sancirebbero semplicemente un grande spreco di denaro pubblico: non vincerebbe nessuno».

– Lei usa l’espressione «messaggio simbolico». Non sarebbe comunque un risultato importante per i sostenitori dell’autonomia se dalle urne uscisse qualcosa del genere?

«Se io avessi una malattia, non vorrei curarmi con un placebo ma con un farmaco vero. Il referendum del 22 ottobre non ha nessuna conseguenza pratica, perché per ottenere l’autonomia fiscale è necessaria una modifica della Costituzione: una procedura che richiede una maggioranza parlamentare molto ampia. Non si è riusciti a realizzarla nemmeno quando la Lega era al governo del Paese! Inoltre il quesito è generico, non sappiamo nemmeno se davvero è questo l’obiettivo. Insomma, è un salto nel buio. Intendiamoci, non sto negando che in Italia la ripartizione delle competenze così com’è oggi funzioni: il problema c’è e va affrontato, ma con serietà. Ecco perché astenersi è importante: serve a dire che non vogliamo prese in giro, bensì soluzioni concrete».

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