Profughi, da dove nasce l’odio

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(Foto: www.lapresse.it)
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Le cronache più recenti ci consegnano la fotografia di un Paese, il nostro, che tollera sempre meno la presenza di profughi. A Treviso come a Roma la popolazione è scesa in strada, scontrandosi anche con la polizia, per urlare a gran voce il proprio no all’accoglienza. Nel trevigiano un gruppo riconducibile a Forza Nuova ha fatto irruzione in un appartamento e ha portato via oggetti destinati ai migranti. “Li daremo ai veneti colpiti dalla tromba d’aria” hanno detto. Nella capitale, precisamente a Casale San Nicola, un comitato di residenti, affiancato da Casapound, ha cercato di bloccare l’arrivo dei profughi. Le trattative sono fallite, ci sono stati tafferugli con le forze dell’ordine, lanci di sassi, manganellate. Nelle periferie la rabbia monta, in questa torrida estate italiana. E forse non poi così difficile capire perché.

Crisi economica, microcriminalità, cattiva gestione del fenomeno. Sono i tre ingredienti chiave del micidiale cocktail che è alla base delle proteste. Non c’è lavoro, non ci sono certezze. Oggi hai un posto, domani ti licenziano e ti ritrovi senza futuro. Il sociologo Zygmunt Baumann l’ha chiamata società liquida. In un contesto così vacillante, il cittadino comune si domanda perché mai i profughi ricevano trenta euro al giorno e siano ospitati in albergo, quando lui è costretto a cavarsela da solo. Non pensa al fatto che i famosi trenta euro arrivano da fondi europei, e non pensa neppure a tutto quello che queste persone, in fuga da fame, guerra e morte, devono aver subito. Vede i migranti come concorrenti, anche se si limitano a svolgere gratis mansioni socialmente utili. “Ci portano via il lavoro, protetti dallo Stato, mentre noi non abbiamo tutele”, è il tipico ritornello.

Secondo ingrediente: l’emergenza sicurezza. Si può discutere a lungo sul fatto che esista o non esista, che sia reale oppure inventata dai media per vendere copie o fare ascolti. In ogni caso, si tende a percepire un aumento costante di furti, scippi, rapine e simili, aumento determinato anche dall‘impunità (questa sì, tragicamente reale) spesso assicurata dal traballante sistema giudiziario italiano. Ciò crea ansia, ulteriore incertezza, paura. E, di conseguenza, rabbia. Infine, come il fenomeno migratorio viene affrontato. O meglio, non viene affrontato. Si traggono in salvo i profughi (sia chiaro, un sacro obbligo umano e morale) e poi si parcheggiano da qualche parte, lasciando la patata bollente ai comuni. Senza una strategia complessiva, né da parte dei vertici politici italiani né, tantomeno, da parte dell’Europa, che a parte dire “Noi non li vogliamo, arrangiatevi”, finora ha saputo fare ben poco. Alla faccia del principio dell’unione di popoli.

E’ inutile farsi illusioni: l’esodo continuerà finché in Africa (e anche altrove) ci saranno guerre, epidemie e carestie. Occorre allora cominciare a gestire la situazione molto più seriamente di quanto si sia fatto finora. La strada migliore, ma anche più lunga e difficile, è quella di promuovere un grande piano di sviluppo politico, economico e culturale delle principali aree di provenienza dei migranti, finanziato dalla comunità internazionale. Questo consentirebbe di bloccare, o quantomeno limitare, i flussi migratori, e si tradurrebbe in un sensibile risparmio di vite umane e tensioni sociali. Nel breve termine, invece, vanno predisposti meccanismi di accoglienza più ragionevoli evitando, per esempio, la concentrazione di centinaia di profughi in un unica realtà, dividendoli piuttosto in gruppi di quindici o venti persone al massimo. Allo stesso modo, una misura come il reddito di cittadinanza potrebbe forse offrire maggiori opportunità agli Italiani a cui la crisi sta facendo pagare un prezzo particolarmente duro, impedendo che essi scarichino la loro frustrazione sui migranti. Insomma, le soluzioni non sono facili, ma ci sono. Basta volerci ragionare. Con lucidità e senza paraocchi.

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