La ripresa italiana è sempre più un miraggio. Ecco cos'è la deflazione

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deflazione                                                                                                                   (Foto: Panorama)
La situazione economica  è drammatica. Serve un progetto per questo Paese, una volta per tutte dobbiamo pensare chi vogliamo essere, cosa vogliamo diventare. Dobbiamo far ripartire le imprese perché senza le imprese, non c’è un salto in avanti né in economia né a livello sociale [… ] l’Italia da 20 anni vive sopra i propri mezzi e possibilità, disperde ricchezza. Perché così stiamo riducendo il nostro livello di vita. Il Pil continua a scendere, e anche nel 2014 a meno di un miracolo, avremo un altro dato negativo come nel 2012 e 2013, magari meno pesante”.
Queste le ultime parole del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi alla notizia che l’Italia, dopo un breve periodo di incauto e illogico ottimismo (dovuto qualche mese fa ad un incremento della produzione dello 0,1%, accolto con fervore dai media come se fosse la prova dell’uscita dalla spirale recessiva), rientra in recessione, con pessime previsioni in termini di Pil e occupazione.
Ma le brutte notizie non finiscono qui, l’Italia infatti entra ufficialmente in deflazione, ossia in una fase economica caratterizzata da un generale abbassamento dei prezzi.
La deflazione è un problema decisamente più insidioso dell’inflazione (generale incremento dei prezzi, in macroeconomia una leggera inflazione è considerato un sintomo positivo per il sistema economico del paese): il generale calo dei prezzi potrebbe infatti apparire come un buon segnale poiché potrebbe indurci a pensare che se i beni costano meno, i consumatori saranno più propensi a comprare, stimolando la produzione e di conseguenza investimenti e occupazione.
In realtà la deflazione innesca un circolo vizioso che si autoalimenta e che nel medio-lungo periodo crea problemi a tutti: il calo dei prezzi genera un’aspettativa di ulteriori cali futuri dei prezzi, questo porta i singoli individui a posticipare gli acquisti (ognuno pensa “se aspetto costerà meno”) e la somma di queste aspettative generali comportano una diminuzione generale dei consumi. Un calo dei consumi avrà effetti negativi sulle imprese che vedono diminuire i loro profitti e sono costrette a un certo punto a licenziare se non addirittura a chiudere, poiché in una situazione simile le banche e altri enti creditizi saranno ancora meno propensi a concedere finanziamenti: a questo punto abbiamo nuovi disoccupati che non avranno più un reddito da spendere nell’economia, generando un ulteriore calo dei consumi.
La situazione appare ancora più grave se consideriamo che i parametri economici che il nostro paese deve rispettare in ambito europeo sono calcolati in termini nominali (non tenendo quindi conto dei dati reali comprendenti inflazione e deflazione, ma semplicemente dei dati “puri” forniti dall’Istat). Primo fra tutti il Patto di stabilità e le sue principali condizioni economiche, le quali prevedono l’obbligo di rispettare, per quasi tutti i paesi dell’Unione, i rapporti deficit/pil≤3% e debito/pil≤60%. Questi ultimi, in una situazione di recessione aggravata da deflazione, sono destinati a sforare i loro limiti (il che significherebbe sanzioni salatissime da parte dell’UE).
Guardando al passato, l’Italia ha già vissuto questa situazione oltre 50 anni fa, tuttavia si era in pieno boom economico, oggi, per la prima volta nella storia della Repubblica, i prezzi sotto zero si sommano all’arretramento economico. Un esempio lampante e attuale di cosa può portare la deflazione è il caso del Giappone, che da anni ed anni sta provando in tutti i modi a stimolare la propria economia (anche con politiche monetarie espansive, cioè stampare moneta in eccesso) per produrre inflazione e uscire così da una grave situazione di stagnazione economica.
Maverik Allegro
 

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