La Riforma del Senato spiegata a mia nonna

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Foto: www.europaquotidiano.it
Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. Fonte foto: www.europaquotidiano.it

In queste settimane il dibattito politico nazionale è focalizzato sulla Riforma del Senato, cavallo di battaglia del Governo che, pur di accelerare i tempi dell’approvazione, ha fatto ricorso alla “ghigliottina parlamentare“: ha deciso, cioè, che entro l’8 agosto il disegno di legge dovrà essere approvato, anche qualora il Parlamento non abbia completato l’esame dei ben 7800 emendamenti presentati dalle opposizioni. Noi abbiamo cercato di capire cosa prevede concretamente il testo attualmente in discussione in Aula. Eccone i punti principali.
Il nuovo Senato. L’obiettivo dichiarato della Riforma è superare il “bicameralismo perfetto” disegnato nel 1948 dai padri costituenti, ovvero quel meccanismo per cui le due camere del nostro Parlamento svolgono gli stessi compiti e hanno lo stesso identico ruolo. Quello che viene tratteggiato è un Senato con molti meno poteri di quelli attuali: non voterà più la fiducia al Governo e si esprimerà solo su leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali. Avrà inoltre una funzione consultiva, cioè potrà avanzare in tempi brevi proposte di modifica sulle leggi elaborate dalla Camera dei Deputati. 
Composizione del nuovo Senato. I senatori saranno 100 (74 consiglieri regionali, 21 sindaci, cinque personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica) a fronte dei 315 attuali, e non percepiranno indennità di nessun tipo: in questo modo il risparmio per lo Stato dovrebbe aggirarsi attorno al mezzo miliardo all’anno.
Elezione del Capo dello Stato. Il Presidente della Repubblica sarà eletto dai 630 deputati e dai 100 senatori. Nei primi quattro scrutini servono i due terzi dei voti, nei successivi quattro i tre quinti; dal nono è sufficiente la maggioranza assoluta (la metà più uno dei partecipanti alla votazione).
Referendum e iniziativa legislativa popolare. Per ottenere un referendum bisognerà raccogliere 800 mila firme (oggi sono 500 mila) e per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare ne serviranno 250 mila (oggi 50 mila).
Il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, con il premier Matteo Renzi. Foto: www.europaquotidiano.it
Il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, con il premier Matteo Renzi. Foto: www.europaquotidiano.it

Criticità. I punti aspramente contestati sono due. Il primo è l’elezione di secondo livello prevista per i senatori: essi cioè non verranno eletti dai cittadini, ma dai Consigli Regionali. Il secondo è la questione dell’immunità parlamentare, già esistente per i deputati ed estesa anche ai membri che faranno parte del nuovo Senato: questi non potranno essere arrestati o sottoposti a intercettazione senza l’autorizzazione dello stesso Senato. Inoltre l’opposizione, in particolare il Movimento Cinque Stelle, teme che la Riforma limiti la partecipazione popolare e rafforzi eccessivamente l’Esecutivo, timore esplicitato anche da alcuni importanti costituzionalisti. I renziani replicano sottolineando che in un mondo che corre sempre più veloce, dove i problemi richiedono spesso risposte nette e tempestive, un Governo più forte è necessario. Chiamato in causa, il Presidente della Repubblica Napolitano ha escluso ogni rischio di autoritarismo. Il ministro Boschi nei giorni scorsi ha chiarito che, in ogni caso, i cittadini avranno la possibilità di esprimersi sulla Riforma mediante un referendum. Le incognite, però, restano. E sono legate anche alla nuova legge elettorale, l’Italicum, che nei piani di Renzi dovrebbe essere approvata entro settembre. 
Davide Permunian