La “Buona Scuola” è legge: analisi di una riforma che fa discutere

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(Fonte foto: accentonews.it)
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Ieri l’aula della Camera, in terza lettura, ha dato il via libera definitivo alla Riforma del sistema scolastico del governo Renzi, conosciuta come “Buona Scuola“, con 277 sì, 173 no e 4 astenuti. Presenti 454. Votanti 450. Maggioranza 226. Il 26 giugno il disegno di legge era stato votato in Senato con 159 voti favorevoli e 112 contrari. Tuttavia, essa è stata la legge meno votata. Alla maggioranza, che sulla carta può contare su circa 395 voti, ne sono mancati più o meno 120. A favore hanno votato Pd, Area Popolare (Ncd-Udc), Scelta Civica, Pi-Cd, Psi, Minoranze Linguistiche. Contrari M5S, Lega, Sel, Alternativa Libera, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

All’interno dei deputati del Partito Democratico, in particolare, si è registrata una forte divergenza: in 5 hanno votato contro il disegno di legge, mentre in 39 non hanno partecipato al voto. “Questo non è un atto finale, ma l’atto iniziale di un nuovo protagonismo della scuola” dichiara il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. “Abbiamo restituito autonomia ai dirigenti scolastici e messo 3 miliardi a regime, il Governo dimostra di ritenere strategico il settore dell’istruzione. Le proteste? Quelle sono quasi organizzate, mentre il consenso è sempre individuale e io sono convinta che il consenso crescerà”. Non sono affatto della stessa opinione le opposizioni, in particolare il Movimento 5 Stelle, che vede in questa riforma un sopruso alla scuola pubblica. Nella piazza di Montecitorio, mentre in aula si votava la legge, i Cobas e gli altri sindacati, con bandiere e striscioni, hanno ribadito le ragioni del “no”. Nella notte scorsa, invece, l’Unione degli Studenti ha imbavagliato decine di statue romane per rimarcare quanto “l’approvazione del ddl scuola prevista per oggi silenzi il mondo dell’istruzione e della cultura, e al tempo stesso neghi un investimento vero per garantire l’accesso ai saperi il diritto allo studio”.

Ciò che suscita curiosità è la presa di posizione netta e contraria di tutto, o quasi, il mondo della scuola, dagli studenti ai docenti, dai collaboratori scolastici ai sindacati. Se lo stesso disegno di legge fosse stato presentato da un ipotetico governo Berlusconi, sarebbe successa la stessa cosa? Quando venne approvata la riforma Gelmini non ci furono minacce di blocco degli scrutini. Dunque, perché la presa di posizione netta e contraria dei docenti suscita tanta curiosità? Per il semplice fatto che il mondo della scuola è sempre stato orientato, da un punto di vista politico, a sinistra, e il Partito Democratico è un partito di sinistra (o almeno dovrebbe esserlo. Il nocciolo della questione è proprio questo: è cambiato il concetto di sinistra? Sono mutate le aspettative dei docenti e dell’intero mondo scolastico o c’è qualcosa che si è “rotto tra il partito e l’elettorato storico di centrosinistra, di cui i docenti erano una componente essenziale?

Tra i punti della riforma vi sono l’ampliamento dei poteri dei presidi ai bonus economici per gli insegnanti (fino a 500 euro annui), alla valutazione del loro operato con l’aggiornamento ogni tre anni. Ecco che i professori di scuola, a sentire che il loro preside potrebbe essere non più uno spaventapasseri ma qualcosa di appena un po’ più serio, si terrorizzano, perché di base non hanno alcuna fiducia nei loro superiori, odiano essere valutati, supervisionati, guidati verso l’aggiornamento e così via. L’idea, poi, che ogni tre anni capiti una sorta di valutazione del loro operato e un possibile posizionamento in stand-by per trovarsi in seguito un’altra scuola (che non è uguale al licenziamento in tronco) sembra a molti professori del tutto inaccettabile, perché oggi possono andare a lavorare senza aggiornarsi, ed essere comunque inamovibili dalla loro cattedra in quella data scuola. Normale quindi che molti professori vedano in questa riforma l’inferno in terra e se ne freghino del bonus da 500 euro annui, dei 150mila precari assunti in due anni, dei miliardi di euro versati (e non tagliati, come la Gelmini fece) dal bilancio del Miur, della maggiore autonomia degli istituti e degli studenti, del potenziamento della cultura “umanistica”.

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