Il giornalismo è morto e la colpa è (anche) nostra

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Foto: runninggenoa.blogspot.com
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Basta seguire un telegiornale o sfogliare un quotidiano qualsiasi per rendersene conto. In Italia il giornalismo non esiste praticamente più. Colpa della commercializzazione sfrenata, certo, ma anche della negligenza dei lettori. I giornalisti sono parte di una casta. Si preoccupano di compiacere i potenti, invece di dire la verità. Costruiscono ad arte polemiche strumentali solo per vendere copie. Pubblicano notizie infondate, che non si preoccupano minimamente di verificare. Tutto vero, in molti casi. Ma siamo sicuri, noi che leggiamo (poco), guardiamo e ascoltiamo, di non essere tra le cause di queste pratiche che tanto biasimiamo?
Perché parliamoci chiaro, il discorso da fare è il medesimo che va fatto per la politica. Se per anni abbiamo avuto una classe dirigente che ha badato più ad arricchire se stessa che a lavorare per il bene del Paese, la responsabilità è anche nostra. Abbiamo relegato la gestione della cosa pubblica all’ultimo posto della lista dei nostri interessi e abbiamo lasciato che l’indifferenza per il destino comune prendesse il sopravvento nelle nostre vite. Ci siamo illusi che smettendo di occuparci delle faccende collettive e ripiegando sui nostri vantaggi personali ce la saremmo cavata lo stesso. Il risultato è stato quello che scontiamo oggi: una pessima politica, resa tale dal fatto che per tanto, troppo tempo abbiamo omesso di vigilare su di essa. La stessa regola vale per il giornalismo. Ci siamo abituati ad accettare supinamente quanto ci propinava la televisione. Ci siamo appassionati alle vicende più becere o sanguinose, anziché prestare attenzione a ciò che contava veramente. La velina che va con il calciatore, l’attrice che molla il cantante. Il giallo del brutale assassinio di una ragazzina che sognava un giorno di diventare donna. Per soddisfare la nostra curiosità più bassa e volgare abbiamo permesso di prosperare a trasmissioni e riviste basate sui fatti di cronaca nera o di gossip. E così abbiamo condannato a morte il vero giornalismo e lo scopo per cui è nato: quello di fungere da “cane da guardia” della democrazia, valido organismo di controllo dei nostri governanti.
Foto: realityshow.blogosfere.it
Foto: realityshow.blogosfere.it

Oggi ci ritroviamo, in tv, in radio, sulla carta stampata e sul web, l’informazione che meritiamo. Un’informazione schiava della pubblicità, costretta a fare audience, vendere copie o guadagnare visualizzazioni per attrarre gli inserzionisti e quindi sperare di sopravvivere. E che di conseguenza, per catturare l’interesse del lettore, punta sullo scoop, sugli scandali e sulla banalità. Le inchieste sono sempre più rare, perché richiedono tempo e denaro, due risorse che nessun editore è ormai disposto a garantire. I giornalisti sono sfruttati, sottopagati e umiliati. Le notizie escono in fretta e furia, spesso improvvisate, infarcite di errori e orrori grammaticali, tanto la rapidità conta molto di più della qualità. Chi si allinea al sistema si salva, chi prova a ribellarsi in un modo o nell’altro viene tolto di mezzo. Noi, rassegnati e consapevolmente disinformati, lasciamo che altri decidano per noi. Ci limitiamo a dire che tutto fa schifo e che tanto non ci possiamo fare niente.
Le cose non cambiano da sole. Cambieranno se ci impegneremo a cambiarle, se riusciremo a far capire a chi sta in alto che un giornalismo scadente come quello attuale non ci interessa più. Cominciamo a passare oltre se ci imbattiamo in un programma televisivo che specula sulla sofferenza di una madre che ha perso la figlia. Il dolore è un sentimento che appartiene all’intimità, trasformarlo in uno spettacolo al quale assistere comodamente seduti sul divano di casa è un crimine. Se ci invitano ad aprire un link per visualizzare gli scatti esclusivi di una nota star dello spettacolo in vacanza mentre cornifica il marito, lasciamo perdere: non ci riguarda. Se leggiamo una notizia di dubbia provenienza, prendiamoci un po’ di tempo per verificarla e approfondirla: le fonti a disposizione su Internet sono molte, e farlo non è impossibile. Viviamo nell’era dell’informazione e nella nostra storia non abbiamo mai avuto così tanti strumenti per essere informati: cosa aspettiamo a servircene?
Davide Permunian