Il conflitto ucraino: origini, protagonisti, vicende

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Foto: www.ilfattoquotidiano.it
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Il conflitto in Ucraina, un paese dell’Europa Orientale, scuote il continente e non solo. Gli ucraini, un popolo di stirpe e cultura slava, vivono un momento storicamente drammatico: si trovano di fronte a un bivio. Da un lato, la Russia, “sorella maggiore” del Paese. Dall’altro l’Europa, per molti ucraini un punto di riferimento identitario e culturale. Lo scontro, comunque si concluda, segnerà in modo indelebile il futuro del Paese.
La crisi, ovviamente, ha radici lontane, ma vediamo di fare una breve analisi dei fatti dell’ultimo anno.
Le prime proteste in Crimea sono cominciate poco dopo la fuga di Yanukovych da Kiev, avvenuta il 22 febbraio scorso, mentre a Kiev si insediava il nuovo potere e Arseniy Yatsenyuk, leader del partito di opposizione Patria, veniva nominato primo ministro.
Il 27 febbraio le forze paramilitari hanno occupato gli edifici chiave di Simferopoli, capitale della Crimea, senza incontrare resistenza, e hanno issato sul tetto del parlamento locale la bandiera russa. Il 28 febbraio il presidente Yanukovych ha parlato dal suo rifugio a Rostov sul Don, in Russia, accusando il governo di Kiev di “golpe”. Il 1° marzo il parlamento russo ha approvato la richiesta del presidente Vladimir Putin di ricorrere all’uso della forza militare in Ucraina. All’epoca le truppe russe si trovavano già al confine per un’esercitazione militare, interpretata unanimemente come un tentativo di intimidazione verso il nuovo potere di Kiev.
Il 2 marzo si sono svolte manifestazioni pro-russe in molte città ucraine compresa Kharkiv, la più grande città del Paese dopo Kiev. Si sono registrati movimenti nella base russa di Sebastopoli dove, in base a un accordo siglato nel 1991 e recentemente rinnovato fino al 2042, è ancorata la flotta della marina militare russa. Nuove truppe para-militari hanno occupato il comando della guardia costiera a Balaklava e circondato la base militare ucraina a Perevalnoe, non lontano da Simferopoli. Qui i militari ucraini si sono rifiutati di cedere le armi rimanendo, di fatto, prigionieri dentro la propria base senza sparare un colpo per non scatenare reazioni violente. Sarebbe stato, infatti, il casus belli tanto atteso dal Cremlino. Il premier Yatsenyuk ha parlato di “dichiarazione di guerra” da parte della Russia e la Nato ha espresso “amicizia verso il governo di Kiev”. Intanto, all’apertura delle borse, il rublo crollava. 
Il 3 e 4 marzo le sempre più numerose truppe paramilitari hanno preso il controllo dei punti di confine tra Crimea e Ucraina. Navi russe sorvegliavano le acque al largo della Crimea e gli Stati Uniti ammettevano: la Russia ha il pieno controllo operativo della Crimea.
Il 6 marzo il parlamento della Crimea si è pronunciato all’unanimità per l’adesione alla Federazione Russa staccandosi così dall’Ucraina. 
Il 16 marzo si è tenuto il referendum: circa il 96% dei i votanti della Crimea ha risposto affermativamente alla domanda “Siete a favore della riunificazione della Crimea con la Russia come entità costituente?”.
Il 18 marzo si è registrato il primo scontro a fuoco a Simferopoli: un soldato ucraino e un paramilitare pro-russo hanno perso la vita. Il giorno seguente militari russi hanno circondato la base militare ucraina di Perevalnoe e costretto i soldati all’interno a evacuare.
Il 21 marzo Vladimr Putin ha dichiarato la Crimea parte della Federazione Russa. Il giorno seguente sono state sgomberate altre due basi militari. Kiev ha ordinato ai suoi soldati di abbandonare la penisola.
Il 24 marzo la Russia è stata sospesa dal G8.
I combattimenti da allora sono proseguiti senza sosta, l’Unione Europea ha deciso di sanzionare economicamente la Russia, vuoi anche per indebolire il prestigio interno di cui gode, presso il suo popolo, lo “zar” Putin. L’escalation non si è fermata e il 4-5 Settembre ha avuto luogo in Galles il vertice tra i paesi della Nato per decidere le linee guida da adottare. I membri del Consiglio Nato hanno deciso di dislocare nei paesi baltici reparti d’assalto per monitorare la situazione in Ucraina. Si tratta di una forza di intervento immediato che avrà cinque basi-deposito nei paesi baltici, Polonia e Romania. A Minsk, nel frattempo, è stata firmata la tregua. Prevede 14 punti, è stata siglata alla presenza di rappresentanti russi e dell’Osce e prevede uno scambio di prigionieri. Nonostante l’accordo l’Unione europea ha concordato un nuovo pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia, come annunciato in una lettera congiunta da Jose Manuel Barroso e Herman Van Rompuy.
La crisi in Ucraina è stata provocata e creata dai nostri partner occidentali e ora viene usata per rianimare il blocco militare” della Nato. Ne è convinto il presidente russo Vladimir Putin, che parlando in una riunione dedicata all’ammodernamento militare, ha precisato che Mosca non si farà coinvolgere in una nuova corsa agli armamenti: “Qualche volta abbiamo l’impressione che qualcuno voglia iniziare una nuova corsa agli armamenti. Noi, naturalmente, non ci faremo coinvolgere in questa corsa. Questo è assolutamente da escludere”, ha detto, aggiungendo che la Russia darà ‘risposta adeguata’ a tutte le minacce alla sicurezza e si concentrerà sullo sviluppo di nuove armi nucleari strategiche, difese aereospaziali e armi convenziali ad alta precisione. Putin ha anche firmato un decreto con il quale prende il diretto controllo della commissione che supervisione l’industria della difesa russa, nel tentativo di Mosca di ridurre la dipendenza da quella occidentale a fronte dell’intensificarsi della sanzioni.
Ciò che più colpisce è che ci si ritrova di fronte a una crisi che è il risultato di questioni non affrontate nel corso dei decenni e che riemergono: la scarsa attenzione dimostrata dall’Unione Europea all’Ucraina negli ultimi decenni, la mancanza di una politica estera, diplomatica e di difesa unica per i paesi UE, la forse oramai noiosa ingerenza americana nelle questioni europee.
L’Europa deve trovare una soluzione politica, se possibile, o militare, se necessario.
Gli ucraini hanno il diritto di sentirsi ucraini, e non dei “diversamente russi”.
Le sanzioni  hanno una leggera efficacia ma aumentano la popolarità di Putin in Patria, che viene dipinto come un “difensore “e “condottiero” russo. Chi, tra gli ucraini separatisti, rimpiange la Russia, può sempre trasferirvisi, ma non si può negare la volontà della maggioranza del popolo ucraino di sentirsi libero, indipendente ed europeo.
Umberto Marsilio
 
 

2 Commenti

  1. Nell’articolo non viene citato il fatto che buona parte delle popolazioni dell’est ucraino sono di lingua e origine russa, per cui non hanno alcun interesse a divenire europei avendola già una patria potenziale, ovvero la Russia.

  2. Una Patria potenziale non esiste. La Patria non si sceglie, è come cambiare un nostro genitore, è impossibile. Vero, vi sono molti russi all’interno dell’Ucraina dell’Est. Tuttavia, i nodi della questione sono due: se questi ” piccoli russi” non si sentono ucraini, per ovvie e comprensibili ragioni di nazionalità, si spostino in Russia. Pensiamo agli altoatesini, per esempio: non si sentono italiani ? Bene, si spostino in Austria. Il principio di nazionalità ha valenza, ma fino ad un certo punto. Il secondo nodo della questione è il seguente: se l’Ucraina vuole avviare un processo di integrazione europea, ma non può farlo poiché la minoranza russa che risiede nel paese, sostenuta da Mosca, non vuole una europeizzazione del paese, si innesca un circolo vizioso nel quale una esigua minoranza si impone sulla maggioranza degli ucraini. Sappiamo tutti che la differenza tra un ucraino ed un russo, da un punto di vista etno-culturale, è assai lieve, ma è ora che gli ucraini possano e debbano camminare a fianco delle istituzioni europee.
    Umberto Marsilio

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