Cinque domande sulla crisi greca

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(Foto: spondasud.it)
(Foto: spondasud.it)

Sono giornate bollenti per la culla della cultura occidentale, culminate con la chiusura delle banche e della Borsa nella giornata del 29 giugno, code ai pochi sportelli aperti che permettono il prelievo di massimo 60 euro al giorno ma soprattutto caratterizzate da un clima di tensione come non si vedeva dall’autunno del 2008, il tutto immerso in un susseguirsi di manifestazioni nelle piazze di Atene e dichiarazioni dei leader europei.

  • Ma quand’è iniziata la crisi greca?

Già nel 2009, il presidente greco Papandreou dichiarò che i precedenti governi avevano falsificato i dati di bilancio dei conti pubblici (mentendo quindi sul vero ammontare del debito) per permettere alla Grecia di entrare nell’Unione Europea e questo fece scendere il grado di affidabilità dei suoi titoli pubblici secondo la valutazione delle principali agenzie di rating. Nel 2010 infatti questi vengono definitivamente classificati come “junk bonds” (letteralmente: titoli spazzatura) e i Paesi dell’Eurozona, congiuntamente con il Fondo Monetario Internazionale, approvano un prestito di salvataggio, subordinato alla realizzazione di manovre fiscali restrittive.

  • Com’è intervenuto l’attuale governo?

Nel gennaio 2015 Alexis Tsipras con il suo movimento politico di estrema sinistra Syryza trionfa alle elezioni (pur non avendo la maggioranza assoluta) e alla base del suo programma elettorale c’è il rifiuto delle politiche economiche messe in atto dai precedenti governi e delle misure di austerità imposte dalla cosiddetta Troika (Commissione Europea, BCE e FMI). Dopo mesi di estenuanti trattative, la Grecia ha bollato come inaccettabili le condizioni poste dall’Eurogruppo, ha deciso di sottoporre a referendum la firma dell’accordo e ha chiesto il prolungamento di qualche giorno del programma di aiuti per poter appunto arrivare al voto popolare. Mentre la prima tranche di debito scade il 30 giugno.

  • Cosa si vota al referendum del 5 luglio?

La responsabilità della decisione sull’incerto futuro della Grecia viene rimessa da Tsipras al popolo, che voterà con referendum sull’approvazione o meno dell’accordo con i Paesi dell’Eurozona sul rimborso del debito e sulle politiche da attuare. I principali punti trattati sono l’aumento delle aliquote IVA, l’età pensionabile e le imposte sui profitti delle imprese, ma non è ancora chiaro cosa verrà esattamente chiesto ai Greci – sperando che gli elettori siano consapevoli.

  • Cosa succede se vince il sì? E se vince il no?

Se vincesse il sì, esito che pare, almeno per ora, il più probabile, le riforme richieste dalla Troika dovrebbero essere approvate in Parlamento per sbloccare i finanziamenti, cosa che risulterebbe particolarmente difficile per l’attuale composizione della maggioranza. L’esito più probabile sarebbero le dimissioni da parte di Tsipras e la formazione di un governo di unità nazionale.

Se invece prevalesse il no, le conseguenze sarebbero difficili da prevedere e si finirebbe in un universo del tutto inesplorato. L’Europa potrebbe concludere le trattative e lo Stato dovrebbe dichiarare il fallimento, mettendo in crisi l’intero sistema economico dell’UE e la tenuta della moneta unica.

  • Quali le conseguenze di un’uscita della Grecia dall’euro?

Il Paese sarebbe costretto a tornare ad una propria valuta (la dracma), debolissima sul fronte dei tassi di cambio, e di conseguenza ad affrontare una pesantissima inflazione. Ma i riflessi più pesanti si avrebbero sui mercati finanziari e sul tanto temuto “spread” (il differenziale tra il rendimento tra i titoli di stato italiano e quelli tedeschi – rendimenti elevati sono segno di rischio finanziario elevato e di scarsa credibilità), e ci si interroga sul destino dei prestiti concessi ai greci dalle banche italiane. Lo spettro della crisi finanziaria del 2008 riappare in tutta la sua forza e le potenze internazionali, in primis gli USA, sono inoltre spaventate da un possibile avvicinamento della Grecia alla Russia.

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