Cara Rai, in te non credo più

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(Foto: www.giornalettismo.com)
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Qualche volta mi è capitato, facendo zapping, di imbattermi in alcune fra le più becere (e pericolose) trasmissioni televisive. Quelle che dicono di essere dalla parte del cittadino e promettono di denunciarne i problemi quotidiani, ma in realtà si riducono sempre a una caciara di ignoranza, demagogia, falsità e slogan razzisti. I soliti deprimenti salotti dove l’unico obiettivo è fare più rumore possibile, stimolando gli istinti primordiali, giocando sulle emozioni, sulla “pancia”. Ci avete mai fatto caso? Collegamenti dalle piazze schiumanti di rabbia, ospiti in studio che fanno perdere qualsiasi fiducia nel genere umano e conduttori impegnati a fingere di riportare la calma, mentre in realtà si sfregano le mani pregustando la sicura crescita degli ascolti. Questo modo di fare informazione è semplicemente ripugnante, difficile da digerire anche se a portarlo avanti è una tv privata. Figurarsi quando a sceglierlo è la tv di Stato. Sì, proprio quella che manteniamo noi con il famoso canone.

Martedì scorso Bruno Vespa ha dedicato una puntata di “Porta a Porta” alla vicenda dei funerali hollywoodiani celebrati a Roma in onore di Vittorio Casamonica e ha avuto la brillante idea di invitare come ospiti Vera e Vittorino Casamonica, figlia e nipote dell’ormai celebre capofamiglia. I quali, molto candidamente, hanno raccontato di come il defunto boss fosse, oltre che un imprenditore illuminato, un uomo buono, onesto, che in vita sua non aveva mai fatto del male a una mosca. Certo, gli altri ospiti in studio non si sono dimenticati (grazie al cielo) di segnalare i 117 arresti, 63 dei quali negli ultimi cinque anni, presenti nel curriculum dei Casamonica, con annessi reati che spaziano dal riciclaggio, lo spaccio, lo sfizio del racket e annesse relazioni con camorra e ‘ndrangheta. Ma i numeri non sempre rimangono impressi come le parole. Ed è difficile non pensare che Rai 1, qualche sera fa, non abbia offerto una meravigliosa vetrina al concetto di illegalità declinato nelle forme più svariate.

No, non mi si venga a dire che Vespa “ha solo fatto il suo mestiere”, non mi si venga a dire che questo “è quello che ogni giornalista dovrebbe fare”. Soprattutto non mi si venga a dire che trasformando due personaggi quantomeno discutibili in protagonisti assoluti della puntata si sia reso davvero un servizio di pubblica utilità. Parliamoci chiaro: è stato uno spettacolo avvilente. Nel Dopoguerra la Rai insegnò ai nostri nonni a leggere e a scrivere e partecipò concretamente alla ricostruzione di un Paese devastato nel corpo e nello spirito. Oggi, ripensando ad allora, non si può che provare una profonda nostalgia.

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