lunedì 26 Agosto 2019
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Bazzarello: «Mi candido a sindaco per ripristinare il dialogo con la gente. Forza Italia? Miope ed esclusivista»

L'intervista al 33enne di Tribano, in corsa alle elezioni comunali del prossimo 26 maggio e passato a Fratelli d'Italia dopo 15 anni di militanza nel partito azzurro: «Le persone sono al centro del mio impegno. La politica si fa in base al credo, non alla convenienza»

TRIBANO. Roberto Bazzarello, 33 anni, è un giovane imprenditore del territorio, che divide la propria attività professionale tra il negozio di bici di proprietà familiare e la consulenza in ambito marketing e comunicazione. La sua vera passione, però, è la politica: consigliere comunale di opposizione dal 2010 ad oggi, prima come subentrante e poi come candidato sconfitto per una manciata di voti nel 2014, nonché vicepresidente ANCI Giovani Veneto dal 2015, è il primo candidato ufficiale nella corsa a sindaco, che culminerà con le elezioni comunali del prossimo 26 maggio, con la lista civica “Rinnoviamo Tribano”.

Da sempre un fedelissimo di Silvio Berlusconi, incontrato più volte anche all’interno della sua residenza di Arcore, Bazzarello ha lasciato Forza Italia nel dicembre 2018, dopo una militanza durata ben 15 anni. Alla fuoriuscita dal partito azzurro ha fatto seguito un periodo interlocutorio, al termine del quale il 33enne ha deciso di aderire al progetto politico di Giorgia Meloni e di entrare in Fratelli d’Italia. Una scelta da alcuni fortemente criticata.

Qual è lo spirito con cui affronti questa campagna elettorale?

«Oramai i programmi elettorali non sono più in grado di rispondere alle esigenze delle persone. Invece è proprio a queste che bisogna guardare, mantenendo gli impegni presi in campagna elettorale e dimostrando di esserci sempre in caso di necessità. Arrivo da nove anni di minoranza in cui non ho mai fatto mancare il mio supporto ai cittadini, ascoltando le loro esigenze personali e imparando a lavorare con gli uffici comunali per risolvere i problemi concreti della vita di tutti i giorni, dall’illuminazione pubblica al mancato passaggio dei mezzi per la raccolta dei rifiuti. A ottobre ho inviato una lettera a tutti i cittadini in cui ufficializzavo la mia candidatura a sindaco, riepilogando il lavoro svolto e invitando tutte le varie forze politiche a unirsi alla mia lista civica per rinnovare insieme Tribano. Purtroppo, a causa di vari personalismi, l’appello non è stato raccolto proprio da tutti».

Nonostante questo, sei ottimista per l’esito del voto del 26 maggio?

«Sono un inguaribile ottimista e, rispetto a cinque anni fa, attorno a me sento un clima molto più caldo. Ora ho anche una maturità diversa, frutto dell’esperienza tra i banchi della minoranza. Quando esco di casa incontro tantissime persone che mi salutano, mi incoraggiano a proseguire nella mia attività politica, mi chiedono consigli. Ci metto tre ore per fare la spesa perché mi fermano tutti! (ride). È fantastico che i cittadini del paese di cui sono innamorato e in cui vivo abbiano una buona considerazione di me, indipendentemente dalla loro appartenenza o fede politica».

Nel caso venissi eletto a sindaco, quali sarebbero le tue prime azioni?

«La mia campagna elettorale non è sicuramente incentrata sulle opere pubbliche, perché sono tutti bravi a promettere nuove strade, nuovi impianti di illuminazione, nuove condotte idriche; ritengo invece sia necessario ripristinare un dialogo con le persone e con il mondo associativo, che in questi ultimi 10 anni di amministrazione è andato perduto. Riportare in house alcuni servizi come la manutenzione del verde pubblico, la pulizia delle strade comunali o la gestione del sito internet comunale è un altro punto del mio programma, così come l’informatizzazione del Comune, ma prestando sempre attenzione alle esigenze delle persone anziane. I cittadini si aspettano soluzioni dalla politica, non solo propaganda: il Comune deve diventare un’istituzione aperta e disponibile, una sorta di “casa di un amico”, non un palazzo di potere. Ecco perché mi sono firmato come “Roberto, un Amico in Comune” nella lettera che ho inviato ai miei concittadini».

Cosa serve alla Bassa Padovana per diventare attrattiva?

«Innanzitutto bisogna lavorare sulla mentalità delle persone. Nella Bassa Padovana la politica è sempre stata divisiva, lo dimostra il fatto di non saper convogliare i voti del territorio verso un unico candidato al Consiglio regionale. Ne consegue che al momento non abbiamo rappresentanti in grado di portare a casa le risorse di cui abbiamo bisogno, a differenza dell’Alta Padovana: lì sanno aggregarsi e lavorare insieme per portare a casa finanziamenti, opere, lavoro e servizi. Anche a livello infrastrutturale sono state perse occasioni d’oro: il mega outlet di Noventa di Piave, per esempio, doveva essere costruito a Conselve. Un progetto che avrebbe anticipato di 20 anni la realizzazione del casello autostradale sulla Monselice Mare e portato flusso turistico in tutto il Conselvano. Ma l’amministrazione dell’epoca ne bloccò la realizzazione, nonostante i terreni fossero già stati acquistati, dimostrando chiusura mentale e favorendo la morte del territorio. Ricordiamoci sempre che siamo le conseguenze di chi ci ha amministrato».

Passando alla politica nazionale, quali sono le ragioni del tuo addio a Forza Italia?

«Perché Forza Italia non rispetta più la linea originaria del 1994. All’inizio ha preso le persone migliori e le ha candidate, portandole al Governo. Purtroppo non c’è stato ricambio generazionale e quelle persone, che 25 anni fa erano “nuove”, sono diventate vecchie. Si è rivelato un partito che ha deciso di non credere nei giovani e nel territorio. Un partito miope ed esclusivista, convinto di essere ancora la forza trainante del centrodestra nonostante il boom della Lega, incapace di fare autocritica e di analizzare le motivazioni del proprio crollo, preferendo dare la colpa al “cittadino ignorante” che non vota più per loro. Inoltre, su molti temi le posizioni di Forza Italia si stanno spostando pericolosamente verso sinistra e sono molto simili a quelle del Partito Democratico, piuttosto che a quelle di coloro che dovrebbero essere gli alleati di governo, ovvero Lega e Fratelli d’Italia. In tutto ciò voglio sottolineare che la mia ammirazione per Silvio Berlusconi come uomo, imprenditore e leader politico rimane immutata. Silvio è stato e rimane per me un amico».

Dopo il tuo passaggio a Fratelli d’Italia qualcuno ti ha accusato di “trasformismo”. Cosa gli rispondi?

«Non sono d’accordo. “Trasformista” è chi passa dalla maggioranza all’opposizione e dopo qualche tempo fa il percorso inverso per convenienza. Gli alfaniani, per esempio, passati dalla scissione da Forza Italia, al sostegno al Governo Letta con annessi attacchi a Berlusconi e infine al ritorno tra le file azzurre. È successo lo stesso anche in Regione. Io invece ho lavorato sodo senza mai chiedere nulla in cambio, e mi sono semplicemente reso conto che il treno su cui viaggiavo procedeva verso una destinazione diversa da quella prevista. Così sono sceso. Ho guardato con grande ammirazione al progetto lanciato da Giorgia Meloni ad Atreju (storica manifestazione annuale della destra italiana, ndr) che mira a costruire un centrodestra moderno, che vada dai liberali sino alla destra sociale e che possa sostenere la Lega per creare il governo chiesto dai cittadini alle ultime elezioni. Se fossi stato un trasformista sarei entrato nel Carroccio che nei sondaggi è quasi al 40%, non certo in Fratelli d’Italia, attualmente al 4%. Ma la politica si fa in base al credo, non in base alla convenienza».

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