IL RACCONTO – Io ti condanno – Terza Puntata

0
127

ombras

Due colpevoli sono stati condannati e la sentenza è già stata eseguita. Ma la mia sete di vendetta è ancora tanta. Ero giovane, fragile, difficile, solo. Avevo bisogno di aiuto e il mondo si è preso gioco di me. Sono stato ferito, umiliato, tradito, emarginato. Per anni ho vissuto nell’ombra, mentre dentro di me l’odio cresceva silenzioso e potente. Ho aspettato a lungo il momento giusto per colpire. Ho studiato le mie vittime, le loro abitudini, i loro comportamenti, conosco a memoria i loro vizi e le loro virtù. So tutto di loro. E proprio per questo non hanno nessuna possibilità di sfuggire al destino che le attende. Mi hanno fatto male, ora pagheranno. Ognuno di noi, in fondo, è il frutto di ciò che gli è stato fatto. Io non volevo essere così, loro mi hanno reso quello che sono. Non ci saranno né perdono, né pietà, né rimorso. Quando il mio percorso giungerà alla fine, allora avrò finalmente la mia ricompensa, la pace che non ho mai avuto. Ma il cammino è ancora lungo. Le colpe da punire sono tante. E il giudice sono io. L’assassino.

Sto tremando. Sono in chiesa, nella mia chiesa, dove vengo sempre quando c’è qualcosa che mi turba. Di solito in questo luogo riesco a trovare conforto alle mie pene e perfino il peso dei ricordi mi appare più sopportabile. Ma stavolta non c’è preghiera che possa alleviare questo tormento. Sono solo, a fare i conti con le colpe che non ho mai avuto il coraggio di confessare. Lui mi ha trovato. Mi ha giudicato. Mi ha condannato. E se mi prende, so che per me non ci sarà misericordia. Sto sudando freddo, ho i brividi, non riesco più a respirare. E’ la paura che si trasforma in panico, in follia. Devo trovare qualcuno a cui raccontare la mia storia, prima che sia troppo tardi. Prima che Lui venga a eseguire la sua condanna. Che Dio mi aiuti.

E’ sera. Ho ordinato una pizza e mi sono fatto un caffè, perché prevedo una lunga notte insonne. Questo caso sta diventando la mia ossessione, non riesco a togliermelo dalla testa, non sono capace di pensare ad altro. La scrivania è un caos di carte, documenti e appunti presi qua e là. Casa mia odora solo di una cosa: fumo di sigaretta. Ho finito tre pacchetti negli ultimi due giorni. Mi sono occupato anche dell’articolo sul secondo omicidio, ma stavolta non ho tenuto nascosto niente. Ho parlato del macabro rituale eseguito dall’assassino sulle sue vittime e dello spaventoso messaggio che lascia accanto ai loro cadaveri. Ho formulato apertamente la mia ipotesi: si tratta di un serial killer che ha colpito e colpirà ancora, e che prima di uccidere avverte i condannati con una lettera. Il maresciallo Antonacci e i suoi superiori non l’hanno presa bene, ma pazienza. Io voglio che si sappia la verità. Voglio dire ai miei lettori le cose come stanno: se qualcuno è in grado di fornire qualche elemento utile alle indagini alla luce di ciò che ho scritto, deve avere la possibilità di farlo.

Decido di partire dall’inizio, di riesaminare nel dettaglio i due omicidi. La prima vittima si chiamava Giorgio Santi, impiegato di banca a pochi mesi dalla pensione. Un personaggio tranquillo e perfettamente innocuo, se non fosse stato per le importanti rivelazioni che era disposto a farmi. Non ho mai creduto che sia stato ucciso per farlo stare zitto. Era un tipo molto riservato, e le testimonianze che ho raccolto tra i suoi colleghi di lavoro me l’hanno confermato: di quello che faceva fuori dall’ufficio non sapeva niente nessuno. Inoltre non si spiegherebbero l’amputazione delle orecchie e le parole di condanna del “Giudice”, come noi giornalisti abbiamo ormai ribattezzato il misterioso omicida. La seconda vittima è Giacomo Colonna, imprenditore di successo, assai noto nel milanese. A lui sono stati asportati gli occhi. Nessuno dei suoi familiari e conoscenti ha saputo fornirmi qualche informazione utile su chi potesse eventualmente volerlo morto e perché, ma la donna delle pulizie mi ha detto che qualche giorno prima Colonna aveva ricevuto una lettera senza nome e che dopo averla letta sembrava piuttosto sconvolto. Il modus operandi del killer è sempre lo stesso: due colpi di pistola silenziata, amputazione della parte del corpo scelta, la busta con il messaggio lasciata nei pressi del cadavere orribilmente mutilato. Il tutto nel giro di pochissimo tempo, con una precisione assoluta e una cura maniacale dei dettagli. E’ probabile che prima di entrare in azione l’assassino abbia pedinato a lungo le ignare vittime, per scoprire le loro abitudini e capire quale fosse il luogo e il momento più opportuno per ucciderle. Le domande che mi rimbombano in testa sono: quando e chi ammazzerà ora? Si può fare qualcosa per salvare la vita a qualcuno? Quale strada devo seguire? In che direzione devo indagare? Mentre mi accendo la trentasettesima sigaretta della giornata, il telefono squilla. Non ho la minima idea di chi sia la voce che sento. Di sicuro però è quella di un uomo disperato e pazzo di terrore.

La lettera, è arrivata la lettera! Lui mi ha condannato, sono morto! Il castigo di Dio sta piombando su di me per punire i miei peccati! Lei non sa chi sono io, ma io so chi è lei. Ho letto i suoi articoli. Sta indagando sugli omicidi, ma non sa più dove sbattere la testa, non è vero? Bene, allora mi ascolti bene. Se vuole conoscere la verità su questa storia maledetta…

Dopo aver rovesciato metà delle cose sulla mia scrivania, trovo un foglietto libero e annoto frettolosamente il luogo dell’appuntamento. Non faccio in tempo a pronunciare nemmeno una parola, che la comunicazione viene interrotta. Rimango così, bloccato, con il telefono in mano. Gli eventi si susseguono impetuosi e non ho un attimo di tregua. Ormai non sono più in grado di riflettere lucidamente. Mi affido all’istinto, cosa che ho fatto di rado nella mia vita. Mi butto, senza prendere in considerazione né i pro né i contro. Vado a incontrare questo misterioso personaggio fregandomene di quelle che potranno essere le conseguenze, perché il desiderio di sapere è più forte di tutto quanto. Salgo in macchina e mi dirigo fuori città. Le tempie mi pulsano terribilmente, ma non me ne importa nulla. Arrivo. Scendo. Non conosco bene questo posto, ci sarò stato al massimo una o due volte. E’ una chiesetta sconsacrata, molto antica, diroccata, abbandonata. Attorno, il nulla. Solo la campagna immersa nella nebbia di una notte che per me potrebbe anche essere l’ultima. L’atmosfera è lugubre. C’è tanto, troppo silenzio. Sono certo di non essere solo. Istintivamente tiro fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni. Che idiota sono stato, non ho avvertito nessuno, se mi dovesse succedere qualcosa non si saprebbe dove cercarmi. Adesso è inutile, non c’è campo. Posso contare esclusivamente su me stesso. Avanzo verso la chiesa, di cui intravedo appena la sagoma. Cammino lentamente, pronto a cogliere ogni minimo rumore. Ma il silenzio rimane totale. Poi, all’improvviso, la campana comincia a suonare. Uno, due, tre rintocchi. Tre. Come le vittime dell’assassino. Perché in questo momento matura in me la consapevolezza che Lui mi ha preceduto e ha già ucciso la terza volta. Di nuovo sono arrivato troppo tardi.

Raggiungo di corsa l’ingresso della chiesa: il lucchetto è a terra, la porta è aperta. Entro. L’interno è illuminato dalla debole luce di due candele poste sopra l’altare. Sotto il vecchio crocefisso in legno, invece, c’è un corpo. Mi avvicino con cautela. E ancora l’orrore mi assale con tutta la sua forza. La vittima è un sacerdote. Lo capisco dal colletto bianco che porta, sporcato da un leggero schizzo di sangue. Il suo viso è la massima rappresentazione umana della paura. Terrore, terrore allo stato puro. Questo è ciò che il prete deve aver vissuto quando si è trovato faccia a faccia con il suo carnefice. Credo sia lui l’uomo che mi voleva incontrare. Qualsiasi cosa avesse intenzione di rivelarmi, non ha fatto in tempo. C’è la busta con il solito messaggio di morte:

Io ti condanno per quello che hai fatto con queste mani

I miei occhi si posano su due forme indistinte poco lontano. Sembrano due guanti insanguinati. Mi sposto verso questi e poi subito con un balzo mi allontano. Altro che guanti: sono le mani del sacerdote, tranciate dal killer. E’ una scena brutale. Mi viene da vomitare. Mi volto e lo vedo. Eccolo lì “Il Giudice”, un’ombra sanguinaria che per qualche motivo ha scelto di spendere il suo tempo e le sue energie per uccidere. E’ un attimo lungo come un’eternità. Lo guardo, mi guarda. Ha il viso coperto ed è tutto vestito di nero. Nero, come il colore della sua anima, se esiste ancora. Chissà se ha già scelto la prossima vittima. Chissà se sarò io la prossima vittima. Sento il suo sguardo penetrare nelle mie carni come la lama di una spada. Mi impongo di restare dove sono e di continuare a fissarlo, anche se dentro di me sto morendo. Poi Lui, così come è apparso, scompare. E io resto di nuovo solo nella notte accanto a un cadavere.

CONTINUA…