IL RACCONTO – Io ti condanno – Seconda Puntata

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ombrasNon riesco a chiudere occhio. Nonostante i miei sforzi, non sono in grado di impedire alla mia mente di tornare alla drammatica esperienza che ho avuto oggi e di riviverne ogni singolo attimo. Ricordo tutto alla perfezione, è incredibile come tutti i dettagli mi siano rimasti impressi, fotografati nella mia testa in tutto il loro orrore. Il corpo inerte, il sangue, una macchia rossa che allaga il pavimento, le orecchie tagliate, la busta, quel messaggio spaventoso, il bagno che odora di morte…Continuo a ripensarci, e ogni volta che lo faccio smetto di respirare. E’ agghiacciante, feroce, crudele. Non ho mai vissuto niente di simile. Vediamo abbondantemente la morte in televisione, dove viene spettacolarizzata e resa appetibile per il pubblico, per lo share, per l’audience. Ma trovarsi a tu per tu con un cadavere nella vita reale, è tutt’altra cosa. Ti blocca, ti stordisce, ti lascia senza parole.

E ti regala nuovi incubi in compagnia dei quali passare la notte…

Dopo aver scoperto il corpo di Giorgio, ho passato il resto della giornata tra deposizioni in caserma e riunioni in redazione. Il direttore, venuto a conoscenza che avevo vissuto l’evento quasi in diretta, ha voluto che mi occupassi io dell’articolo. Seppur riluttante, ho obbedito. E’ stato il mio primo pezzo su un omicidio. Quattro colonne nella sezione cronaca locale. Niente prima pagina, quella viene concessa solo se muore qualche pezzo grosso. E di un comunissimo impiegato come Giorgio alla maggioranza delle persone non importa nulla. Il mio caporedattore ha detto che l’articolo è uscito una meraviglia, nonostante non abbia mai scritto di cronaca nera. Credo dipenda proprio dal fatto che, mio malgrado, ero sulla notizia mentre accadeva. D’accordo con il maresciallo Antonacci e con il direttore, non ho parlato nel pezzo né dell’esistenza delle orecchie amputate né del contenuto del messaggio lasciato dal killer. L’ho fatto perché, a differenza di molti miei colleghi, non voglio creare panico e allarmismo fornendo particolari tutti ancora da analizzare e da valutare. “Gli investigatori stanno seguendo diverse piste” ho scritto, anche se i carabinieri mi hanno detto chiaramente che secondo loro Giorgio è stato fatto fuori per metterlo a tacere, per impedirgli di rivelare a me uno scandalo che poi sarebbe diventato di dominio pubblico. Insomma, la causa indiretta della sua morte sarei io. Ma allora come si spiegano le misteriose parole dell’assassino? Perché quell’ “Io ti condanno?” Perché quelle orecchie mozzate? Perché accanirsi tanto sulla vittima se lo scopo era solo quello di chiudergli la bocca per sempre? Più penso più le domande aumentano, ma se resto qui fermo di sicuro non riuscirò a trovare risposte. Mi alzo in piedi, mi faccio una doccia e mi preparo a uscire. Voglio parlare con i familiari di Giorgio.

Giorgio viveva assieme alla moglie e ai suoi due figli in una modesta palazzina in periferia. E’ mattina presto, ma Milano è una città che non dorme mai, un flusso continuo di luci, rumori, persone, denaro. E in tutta questa caotica frenesia, a volte capita che ci scappi il morto ammazzato. Solo che finchè non te lo trovi davanti, non ci pensi. Quando poi cominci a pensarci perché te lo sei trovato davanti, non te lo togli più dalla testa. Suono il campanello, al citofono mi risponde la voce di una donna che ha passato una notte molto peggiore della mia. Mi presento, non faccio neanche in tempo a finire di dire il mio cognome e lei comincia a urlarmi di tutto.

– Bastardo, me l’hai ucciso tu, è tutta colpa tua! E’ questo che volevi? Questo? E tutto per un maledetto scoop vero? Vattene via, assassino!

Mi allontano dal citofono e torno alla mia macchina, in silenzio. Mentre apro la portiera, un uomo mi chiama. Mi volto. E’ un anziano dai folti capelli bianchi, proprietario di un negozio lì vicino.

– Lei è il giornalista con cui si incontrava Giorgio, vero? Come si chiama…

– Raggi, Jordan Raggi

– Raggi, giusto! Ero il migliore amico di Giorgio, lui mi ha parlato di lei e mi ha detto che è l’unico giornalista onesto di questo Paese

Nonostante le circostanze, sorrido tra me e me. Giorgio esagerava sempre nei suoi giudizi. In fondo anche lui era un testardo idealista. Proprio come me.

– Voglio rivelarle una cosa molto importante. Mi hanno fatto alcune domande anche i carabinieri, ma con loro non ne ho parlato. Lo dico a lei: pochi giorni prima di morire Giorgio ha ricevuto una strana lettera. Non so cosa c’era scritto perché non me l’ha fatta leggere, ma quando l’ha aperta era qui da me. E’ diventato pallido come un lenzuolo e ha avuto un principio di svenimento, l’ho fatto sedere, gli ho portato un bicchiere d’acqua e gli ho chiesto cosa fosse successo. Lui ha detto che non era niente, solo un calo di zuccheri, ma io sono sicuro che c’era dell’altro. E’ stata quella lettera a fargli quell’effetto

Ne è assolutamente certo?

– Sì, non ho dubbi

– Sa dove si può trovare ora questa lettera?

– Oh, dubito che esista ancora. Giorgio l’ha distrutta in mille pezzi il giorno dopo e da allora ha sempre evitato qualsiasi accenno a questo episodio

Il cellulare squilla. E’ il mio direttore. Ringrazio frettolosamente il negoziante, saluto e rispondo. La notizia che temevo arriva alle mie orecchie come un proiettile. C’è stato un nuovo omicidio, in via Bergamo. Devo correre sul posto. Ancora non conosco i dettagli, ma dentro di me so già che l’assassino di Giorgio ha colpito un’altra volta.

Quando arrivo, l’abitazione della vittima è tutto un via vai di carabinieri, agenti di polizia, giornalisti e curiosi. C’è una strana tensione nell’aria, il cielo è cupo, non piove e non c’è un filo di vento. Qualche mio collega cerca di forzare il cordone di poliziotti e di entrare nella casa per vedere il cadavere, ma senza risultato. Non li fanno accedere i giornalisti alla scena del crimine, è inutile. Ma io devo osservare e devo capire se questo omicidio è realmente collegato al precedente. Per Giorgio, per sua moglie, per i figli, perché voglio trovare la verità e la voglio raccontare. La mia occasione arriva subito, come un dono divino. Abbandonata sul cofano di una volante c’è una pettorina di quelle che indossano gli agenti di polizia, di colore blu scuro con la scritta bianca al centro. Senza pensarci su due volte, approfittando della confusione, la indosso e mi avvicino all’ingresso dell’edificio. Mi faccio largo tra la ressa, un cenno di intesa ai poliziotti che sono davanti alla porta, mi fanno passare senza problemi. Sono dentro. Percorro il corridoio, seguendo il suono delle voci, e raggiungo lo studio, dove i tecnici della scientifica sono al lavoro. Anche stavolta quello che vedo non è uno spettacolo piacevole. Il morto è sdraiato supino su un costoso tappeto persiano. Il suo volto è coperto di sangue, ma al posto degli occhi ci sono due cavità vuote. E’ mostruoso. Quel che resta degli organi visivi della vittima è sopra la scrivania. Vicino, una busta gialla. All’interno un nuovo, inquietante messaggio, lo spietato commento dell’assassino alla sua opera di morte.

Io ti condanno perché non hai voluto vedere

Poche parole, così semplici e tragicamente chiare. La conferma dei miei sospetti. Non si tratta di episodi isolati, c’è un unico filo conduttore e stavolta neanche gli investigatori potranno far finta di ignorarlo. Quello di Giorgio era solo il primo atto di un lungo progetto di vendetta. E la mia sensazione è che il peggio, purtroppo, debba ancora venire.

CONTINUA…