IL RACCONTO – Io ti condanno – Ottava Puntata

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ombrasE’ la prima volta che salgo su un elicottero. Avrei tanto voluto poterlo fare in circostanze migliori. Accanto a me il maresciallo Antonacci non si separa un solo istante dal suo cellulare. E’ agitato, forse anche più di me. Me lo rivelano il suo tono di voce e i gesti concitati con cui accompagna gli ordini che trasmette o che riceve. Mi volto e porto lo sguardo fuori dal finestrino, e osservo il paesaggio che vedo sotto di me. E’ tutto così diverso da quassù. Ogni cosa sembra piccola e insignificante in rapporto alla vastità degli spazi e a un orizzonte che sembra non finire mai. Voliamo veloci sopra le case, le auto e le vite di persone inconsapevoli che questa storia si sta avvicinando all’epilogo. Quando domani leggeranno i giornali, anche loro conosceranno la verità. Ma non so se sarò io a raccontargliela.

E’ quasi giunta l’ora. Il mio percorso sta per arrivare alla conclusione e finalmente troverò la mia pace. Non ho ucciso per piacere, ma per necessità. Avevo bisogno di giustizia, dopo aver ingoiato in silenzio bocconi amari per tutta la mia esistenza. Mi hanno colpito duramente, convinti che sarebbero rimasti impuniti e che non mi avrebbero mai più rivisto. Invece in questi anni non ho fatto altro che preparare la mia vendetta. Sono riapparso all’improvviso nelle loro vite e ho assaporato la loro inquietudine, la loro paura, i loro sensi di colpa. Una vittima dopo l’altra, la mia rabbia si è lentamente placata. Ora manca una sola persona da punire, quella che in assoluto mi ha fatto più male. Per lui ho in serbo qualcosa di davvero speciale.

Questa è la mia benedizione.

Questa è la mia maledizione.

Questa è la mia salvezza.

Questa è la mia dannazione.

Parola mia. Parola dell’assassino.

Il file che ho trovato nel computer di Jennifer mi ha permesso di scoprire molte cose. Tra queste, anche il nome e l’indirizzo della prossima vittima finita nel mirino del killer. Si tratta di Roberto Caffari, un brillante avvocato che ha aperto da poco uno studio a Este, la mia città d’origine. E’ lì che dobbiamo andare, perché è proprio lì da dove sono partito che scriveremo la parola fine a questa tragica vicenda così ricca di colpevoli e così povera di eroi. Ancora una volta il destino si è divertito a rimescolare in modo imprevedibile le carte della mia esistenza, costringendomi a tornare dalle persone e nei luoghi ai quali pensavo di aver detto addio per sempre. L’elicottero atterra sul campo di rugby cittadino, l’Augusteo, l’unico spazio adatto nel raggio di parecchi chilometri. Io, il maresciallo e un altro carabiniere milanese saliamo sulla volante mandata ad accoglierci dal comando locale, che ha l’ordine di fornirci tutto il supporto necessario. Non perdiamo molto tempo per le presentazioni, e nessuno si mostra stupito o contrariato per la mia presenza. Antonacci deve aver spiegato al telefono il mio ruolo nel caso, e deve aver ottenuto con un piccolo strappo alle regole la mia autorizzazione a venire con loro. Mentre ci dirigiamo a sirene spiegate in via Principe Umberto, dove si trova lo studio legale Caffari, rivedo i luoghi dove ho passato tanti anni diviso tra i miei sogni e i miei incubi, in una città che non è mai stata all’altezza delle mie ambizioni. Eppure, mi scopro a provare un po’ di nostalgia e tanta amarezza. Nostalgia per il bambino che ero e che adesso non c’è più, amarezza per quello che crescendo poteva essere e, invece, non è stato.

Quanto male mi hanno fatto…

A piantonare l’ufficio dell’avvocato, ci informa il maresciallo del comando locale, hanno messo due carabinieri di grande esperienza e sicura affidabilità. A dire il vero non so perché, ma ho un cattivo presentimento. In fondo “Il Giudice” è come me: quando ha un obiettivo lo raggiunge costi quel che costi, non c’è niente che lo possa fermare. In ogni caso tra qualche minuto saremo sul posto e vedremo. Il centro storico di Este è proprio come me lo ricordavo, non è cambiato quasi niente. Anche la viabilità è la stessa: strade strette e malridotte, sensi unici, suoni furiosi di clacson. Poco dopo Piazza Trento, due auto incidentate bloccano la strada. Il militare alla guida mormora un’imprecazione e taglia attraverso Piazza Maggiore, abbattendo un paio di transenne e passando tra la gente sbalordita. Trenta secondi più tardi siamo davanti allo studio Caffari. Suono ripetutamente il campanello mentre il maresciallo atestino cerca al cellulare i suoi uomini. In entrambi i casi, nessuna risposta. Ci guardiamo per qualche istante, in silenzio. Poi Antonacci prende l’iniziativa e con una poderosa spallata sfonda l’ingresso. Pistole in pugno, i quattro carabinieri entrano nell’edificio e io dietro di loro. Saliamo le scale e raggiungiamo l’ufficio dell’avvocato, al primo piano. La porta è spalancata, dentro non c’è nessuno. Sulla scrivania davanti al computer acceso ci sono faldoni di documenti ammucchiati uno sopra l’altro, segno che Caffari era qui fino a poco tempo fa.

– Maresciallo! Guardate!

All’interno dello sgabuzzino i due carabinieri che dovevano proteggere il legale giacciono inerti sul pavimento. Sono vivi, ma sono stati narcotizzati. Il killer in qualche modo è riuscito a sorprenderli e a neutralizzarli senza ucciderli, come ha fatto con me. Ma perché non ha messo in atto qui il solito macabro rituale di condanna? E dove ha portato la sua vittima? Mi siedo, sconsolato. Siamo di nuovo al buio. Estraggo dalla tasca la copia del file del pc di Jennifer che ho stampato e rileggo la parte che riguarda Caffari. Lui e l’assassino si sono incontrati nel luogo dove il sole tramonta sulla città. E’ lì che tanti anni fa l’avvocato ha commesso la sua colpa. Ed è lì che, nelle intenzioni del “Giudice”, riceverà il suo castigo. Chiudo gli occhi e mi sforzo di farmi venire in mente qualcosa per risolvere l’enigma. E’ un attimo: rivedo me stesso da ragazzo, mentre dal grande mastio dei giardini del Castello Carrarese osservo malinconico il grande disco color rosso fuoco calare all’orizzonte. Mi alzo di scatto, come nel bel mezzo di un delirio, e urlo agli altri di seguirmi, di corsa. Potrebbe essere già troppo tardi.

E’ pomeriggio inoltrato e d’inverno a quest’ora i giardini sono già chiusi, ma quando mi avvicino al cancello scopro che è solo appoggiato. Con il cuore in gola, corro verso il sentiero che conduce al punto più alto del Castello, e i carabinieri alle mie calcagna. Si sta facendo buio e le ombre nere degli alberi non mi sono mai sembrate così inquietanti. I lampioni sono tutti spenti. C’è un silenzio innaturale, come se la natura avvertisse una sensazione di incombente disastro e decidesse di rimanere muta, impotente di fronte alla tragedia. Rabbrividisco, ma non mi fermo. Ormai sono quasi arrivato. Non sento più passi alle mie spalle: sono solo. Tocca a me chiudere questa storia e non c’è nessuno che lo possa fare al posto mio. Nel bene o nel male, presto sarà tutto finito. Intravedo la sagoma del mastio che si staglia a pochi metri da me. All’improvviso le luci si accendono. E lì, davanti ai miei occhi, appare lui. L’assassino.

CONTINUA…