Il muro dell’incomunicabilità

Nessuna percezione del concetto di bene pubblico. Niente più dialogo tra vecchie e nuove generazioni. Siamo connessi ma soli. Il corto circuito della società italiana

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Mentre il 2017 volge al termine, un che di inquietante serpeggia nel Paese. Lo testimoniano alcuni episodi avvenuti di recente: la bomba contro una caserma dei carabinieri, la molotov contro una camionetta della polizia parcheggiata nei pressi di un commissariato, il blitz di un gruppo di militanti di Forza Nuova a volto coperto sotto la sede dell’Espresso e di Repubblica. Il pensiero, inevitabilmente, va a un’epoca nemmeno troppo lontana, quando per portare avanti contrapposte visioni si arrivava a uccidere innocenti e a straziare famiglie. Oggi in realtà molte cose sono cambiate e simili gesti nascono soprattutto dal bisogno di cammuffare la propria debolezza, dare una risposta all’insoddisfazione e sentirsi parte di qualcosa. La maggioranza delle persone prova disinteresse pressoché totale nei confronti della politica. Il primo partito è quello formato da coloro che hanno smesso di votare. E gli ideali contano poco, perché i problemi sono altri.

Sfiducia nel prossimo, nelle istituzioni e nella società nel suo complesso. Desiderio di fuga e mancanza di reali prospettive. Precarietà, incertezza economica, impossibilità anche solo di immaginare la costruzione di un progetto di vita stabile. Fragilità dei rapporti. Noia. Frustrazione e rabbia da incanalare in qualcosa. Uno scollamento intergenerazionale sempre più marcato. Questo è ciò che il nuovo millennio ci ha consegnato. Ognuno ripiega unicamente su se stesso. Non abbiamo più nessuna percezione del concetto di bene pubblico. Lo si osserva anche dalle piccole cose: il mozzicone di sigaretta gettato fuori dal finestrino dell’auto, la bottiglia vuota abbandonata lungo il marciapiede, il monumento storico danneggiato o imbrattato dai vandali. Le nostre città sono sempre più brutte e sempre più sporche, ma ovviamente nessuno ammette le proprie responsabilità. Meglio puntare il dito su altri: il sindaco, le baby gang, qualche straniero.

Uno degli aspetti più drammatici è la frattura che si è creata negli ultimi anni tra vecchie e nuove generazioni. Da una parte i giovani sempre meno propensi al rispetto e all’ascolto di chi ha più esperienza. Dall’altra anziani chiusi nel loro mondo, incapaci di fare il minimo sforzo per cercare di comprendere cosa i giovani realmente pensino, provino e vivano. Anziani che si tengono strette le proprie poltrone. Un po’ perché la pensione continua a essere spostata in avanti. Ma anche perché non si accetta l’idea di aver fatto il proprio tempo, di dover passare il testimone. Ecco allora il corto circuito tra passato, presente e futuro. Le nuove generazioni appena possono scappano dai nostri paesi e dalle nostre città per cercare fortuna all’estero. Dove di sicuro è meno complicato essere capiti e valorizzati. Quelli che restano e che non hanno agganci importanti hanno poche chance: qualche collaborazione occasionale oppure un lavoro diverso da quello per cui avevano studiato, magari massacrante eppure sottopagato. Dura lex, sed lex.

Il muro dell’incomunicabilità in realtà non è un problema solo intergenerazionale. Siamo tutti sempre più connessi ma in verità sempre più soli. Pronti a postare sui social qualsiasi sciocchezza ci passi per la testa e a passare le ore a scegliere la nuova foto profilo. Persi nell’assurda illusione che un like su Facebook valga qualcosa. Non riusciamo a separarci dal nostro smartphone: senza siamo come nudi. Non possiamo resistere cinque minuti senza controllarlo, che magari abbiamo ricevuto qualche notifica. Intanto il mondo reale ci sfugge di mano. Camminiamo per le strade a testa bassa, occhi fissi sullo schermo. Chi è con noi ci parla, ma noi non lo sentiamo. Ecco, forse il primo proposito che dovremmo assudere per l’anno nuovo è proprio questo. Dialogare con gli altri ma farlo davvero, non in chat. Ascoltarli, metterci nei loro panni, essere solidali. Comprendere per essere compresi. Comportarci un po’ meno da individui e un po’ più da comunità. Prenderci del tempo per noi e per chi ci sta accanto, spegnendo il cellulare e cominciando a vivere. Sì, forse non servirà a risolvere tutti i problemi. Ma potrebbe essere un buon inizio.

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