EDITORIALE – Non li avete uccisi. Le loro idee camminano sulle nostre gambe

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65770_10150603661143877_552769332_nE’ sempre bello tornare a casa, il fine settimana. La presenza della scorta non mi permette di essere libero come vorrei, ma non ci posso fare niente. Gli agenti che si trovano sempre al mio fianco sono come ombre silenziose che mi proteggono, condividendo le mie paure e le mie debolezze. In realtà, anche se a volte vorrei che non ci fossero, sono profondamente legato a tutti loro, uomini giusti e coraggiosi che mettono in pericolo la propria vita per cercare di salvare la mia. So bene che ogni giorno per me potrebbe essere l’ultimo, e questo è uno dei motivi per cui oggi voglio sorridere al mondo come non ho mai fatto. Il tempo che ci viene concesso è così poco per sprecarlo a essere tristi e a dolersi dei nostri mali…Scendo dall’aereo e ad aspettarmi ci sono i ragazzi, li saluto e dico a Giuseppe, il mio autista, che stavolta guido io e che Francesca si siederà al mio fianco. Non accetto discussioni: si fa così, e basta. Quando sei costretto a stare nascosto e a guardarti le spalle in ogni cosa che fai, perfino guidare una macchina con tua moglie vicino diventa un buon modo per sentirti un po’ più vivo. Oggi ho vinto io. Bacio Francesca e saliamo. Che bella, la mia donna. Spesso faccio così fatica ad accorgermene, tra le mille preoccupazioni che il mio mestiere comporta…Dopo averla trovata, ho addirittura rischiato di perderla: all’inizio non la volevo vicino a me, avevo paura che le potessero fare del male. Ma poi ho capito che senza di lei non sarei ciò che sono e non avrei la forza di andare avanti a fare quello che faccio nonostante l’ostilità di tanti miei colleghi. A volte ho la sensazione di sentirmi tanto solo, per fortuna c’è Paolo a capirmi e a sostenermi. Lui è davvero una persona eccezionale, e sono sicuro che sarebbe disposto a sacrificare la vita pur di liberare la sua terra, la nostra terra, dalla mafia. Il fatto è che siamo noi due e basta, gli altri ci remano contro, ci lanciano occhiate cattive, dicono che siamo due arrivisti, in cerca di fama e visibilità. Vorrei poter urlare loro che non è affatto così, che mi piacerebbe tanto avere un’esistenza semplice e anonima, lontana dai problemi che affronto ogni giorno. Vorrei che capissero quanto per me sarebbe bello dedicare più tempo a Francesca, costruire una famiglia, invecchiare serenamente vedendo i miei figli crescere. Ma non posso, maledizione, queste sono tutte cose che non mi potrò mai permettere. Ho scelto di diventare magistrato, di combattere il crimine, di provare a rendere la mia Sicilia un posto migliore per le nuove generazioni. Io sono fatto così, credo nella giustizia e nell’onestà e mi batto per esse senza se e senza ma. Quando lo dico, le persone sorridono, mi guardano come fossi un illuso, un disperato che vive nel mondo delle favole. Pazienza, non saranno loro a farmi cambiare idea. E non sarà neppure questo Stato debole e malato, che sembra sempre più disinteressato ai destini del Sud e, invece di opporsi alla mafia, preferisce accordarsi con essa. Io però sono diverso. Meglio morire, piuttosto che lasciare campo libero alla violenza, al sopruso e all’illegalità. Sono quasi le sei ormai e sto viaggiando veloce in direzione Palermo, la città dove sono nato. E’ stupenda, soprattutto quando splende il sole e il cielo è azzurro, senza nuvole: sembra quasi che i problemi non esistano e che tutto sia perfetto, che l’acqua corrente funzioni sette giorni su sette e che ci si possa sposare senza dover chiedere il permesso al boss del quartiere. Chissà, io continuo a sperare e a lottare affinché un giorno sia davvero così. Ah, ecco dove sono le chiavi di casa, nel mazzo assieme alle chiavi della macchina. Meglio toglierle dal cruscotto, altrimenti potrei dimenticarmene e resteremmo chiusi fuori. Dio mio, cosa sta succedendo? Un boato terrificante. Fumo, fuoco, detriti, macerie, l’auto di scorta davanti a me che viene scagliata lontano. Dio mio, è finita. Con la coda dell’occhio vedo Francesca irrigidirsi in attesa dell’impatto con il muro di cemento che si è sollevato di fronte a noi. Avrei voluto dirle per l’ultima volta quanto la amo e chiederle scusa per tutti i miei errori, ma so che non farò in tempo. L’urto è violentissimo, vengo proiettato in avanti e sbatto contro il parabrezza. Non c’è più niente che possa fare, ora. Penso alla mia gente, a tutti i siciliani onesti per i quali mi sono battuto: se c’è qualcuno oltre le nuvole, prego che un giorno possa restituire loro giustizia e dignità. Il suono di una sirena lontana come un sogno è l’ultima cosa che riesco a sentire. Poi un grande silenzio, una splendida luce e il sorriso dei miei cari che mi accoglie.

Il 23 maggio 1992 sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, un attentato mafioso spense con 400 kg di tritolo cinque vite straordinarie:

Giovanni Salvatore Augusto Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992)

Francesca Laura Morvillo (Palermo, 14 dicembre 1945 – Palermo, 23 maggio 1992)

Vito Schifani (Palermo, 23 febbraio 1965 – Capaci, 23 maggio 1992)

Rocco Dicillo (Triggiano, 13 aprile 1962 – Capaci, 23 maggio 1992)

Antonio Montinaro (Calimera, 8 settembre 1962 – Capaci, 23 maggio 1992)

A noi che oggi ricordiamo queste persone, piace pensare che non siano morte invano. Ci piace pensare che gli ideali per cui si sono sacrificate sopravvivano al tempo e alla memoria degli uomini. Ci piace pensare che un giorno l’Italia possa essere davvero come lo sognavano loro.

Davide Permunian