Racconti della memoria: i 29 giovani “rubati” a Monselice

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10409624_926416784037926_7039597439046173456_nCome quasi tutti gli angoli della penisola italiana anche Monselice, con le peculiarità dei suoi protagonisti e delle sue vicende, ha dovuto fare i conti con le persecuzioni nazi-fasciste, e del triste epilogo delle deportazioni nei campi di concentramento e di sterminio.

Particolarmente significative nella storia della città sono le vicende legate a un gruppo di partigiani che conobbero sulla propria pelle gli aspetti più cupi e spietati della dittatura; le peripezie dei prigionieri di guerra nel loro percorso, dalla cattura nel proprio paese natale, fino alla morte per alcuni avvenuta nel campo di prigionia dove ancor oggi sono ricordati.

Abbiamo voluto ricordare il passato con qualche estratto dal racconto di queste vicende, affinché possano essere conosciute, ricordate, tramandate.

“Dopo l’arresto avvenuto la notte del 18 ottobre e i primi interrogatori, condotti a Monselice, i partigiani vennero trasferiti nelle carceri padovane situate in piazza Castello. Qui trascorsero i giorni e le notti rinchiusi in celle abbastanza ampie da contenere loro e altri prigionieri. La sistemazione era molto precaria. Al centro di queste camerate erano stati collocati alcuni materassi e poche coperte; dormire era praticamente impossibile. Il pensiero dei “29” era sempre rivolto alle famiglie e tutti temevano per la propria vita. Durante il giorno, con continuità, si introducevano nella cella dei soldati tedeschi e prelevavano alcuni di loro. Li conducevano in una stanza al piano superiore, dove li attendeva un ufficiale delle SS. Qui aveva inizio un interrogatorio serrato. Altre volte, gli interrogatori si tenevano nel comando padovano della Gestapo, sito in via Diaz. Le testimonianze che ci sono pervenute dipingono queste interrogazioni come dei momenti di vero terrore. A qualcuno veniva ordinato di fare dei nomi, ad altri si chiedeva il resoconto delle loro azioni di lotta clandestina, ma a tutti appariva chiaro che i tedeschi già sapessero ogni cosa da un traditore. Spesso, i militari, che sostavano accanto alla porta di guardia, malmenavano i prigionieri, colpendoli col calcio del fucile o con qualche schiaffo e spintone. Pareva che dalla violenza gratuita traessero molta soddisfazione, specialmente quando l’interrogato non aveva informazioni da dare. Conclusi gli interrogatori, i 29 di Monselice furono trasferiti in luoghi diversi a seconda del loro grado di responsabilità nella lotta partigiana. I primi ad essere spostati furono gli 8 considerati i responsabili del movimento partigiano di Monselice: Barzan, Girotto, Greggio, Rocca, Bernardini, Sartori, Dalla Vigna, Gagliardo; con delle automobili furono condotti nel lager di Bolzano. Altri, come Baveo, Gialain, Barison, considerati meno pericolosi, furono caricati su un treno, ammucchiati in carri per il bestiame e portati a Verona. Qui, alle “casermette”, era stato organizzato un campo di lavoro. Altri invece, come ci informa Boldrin, furono mandati in Germania a lavorare nei campi o nelle fabbriche. Il campo di concentramento di Bolzano: dal 25 novembre al 14 dicembre 1944 Il lager di Bolzano fu una tappa di passaggio per gli 8 giovani monselicensi. Esso era stato concepito nel 1941 dalle SS come campo di transito per quanti dovevano essere deportati in Germania. La zona dove sorgevano le baracche era circondata da un alto muro, sulla cui sommità correvano metri e metri di filo spinato. Ad ogni angolo del muro era stata costruita una torretta di legno, dove svolgeva il turno di sorveglianza una sentinella tedesca. Nel deposito più spazioso, costruito in muratura, erano state collocate delle tramezze, a mo’ di divisori. In questo modo era stato ricavato lo spazio dei blocchi dalla A alla F. Le restanti baracche, fino alla lettera M, sorsero nei mesi successivi. C’erano anche alcuni laboratori interni: la tipografia, l’officina meccanica, la falegnameria, la sartoria. La qualifica di campo di smistamento, che caratterizzava questo luogo tristo, non deve trarre in inganno. La vita che vi si svolgeva dentro era regolata secondo ritmi disumani e costantemente segnata dalla violenza. Il 25 novembre 1944, i ragazzi di Monselice giunsero a Bolzano assieme ad altri prigionieri politici che erano rinchiusi nelle carceri padovane con loro. Era probabile che fossero uniti, anche in questo momento, ma non lo sappiamo con certezza. Certamente assieme a loro, provenienti da tutta la penisola, c’erano numerosi altri prigioneri. Nel lager, infatti, rinchiudevano anche ebrei, zingari, tedeschi che avessero parenti e conoscenze compromettenti, omosessuali. Tra i reclusi c’erano persino donne e bambini, solitamente catturati per ricatto o rappresaglia. Appena entrati, dovettero abbandonare valige e fagotti; furono rasati e sottoposti ad una visita medica sommaria. Dopo una veloce pulizia personale effettuata con un getto d’acqua fredda, fu consegnata a tutti la “divisa” del campo: una tuta da lavoro blu sulla quale essi dove- vano attaccare un triangolo di stoffa rosso, il colore distintivo dei prigionieri politici. Furono registrati con i seguenti numeri di matricola: Barzan Luciano, 6684; Bernardini Alfredo, 6689; Dalla Vigna Enrico, 6686; Gagliardo Tranquillo, 6687; Girotto Luciano, 6683; Greggio Dino, 6685; Rocca Settimio, 6690; Sartori Idelmino, 6688. Poi furono sistemati nel blocco G. Le loro giornate trascorsero nell’inerzia, dal momento che, come politici, non venivano mandati all’esterno per lavorare. Una volta ogni due settimane, potevano scrivere a casa. La corrispondenza, su carta intestata del lager, era, ovviamente, censurata. Le uniche testimonianze che ci sono pervenute, in questo senso, sono le lettere di Dalla Vigna. Dalle sue parole emerge la convinzione di essere destinato ad un campo di lavoro. Era certo che il denaro del padre fosse riuscito a salvarlo. Il resto dei detenuti era costretto a turni di lavoro massacranti. Dopo la sveglia, all’alba, e l’appello del mattino, lunghe colonne di disgraziati attraversavano le campagne, per recarsi a compiere mansioni pesanti e faticose. I prigionieri nei lager, infatti, costituivano per i tedeschi una fonte di manodopera gratuita. Solitamente venivano impiegati nello scavo di gallerie. Lavoravano anche 12 ore al giorno, sostenuti soltanto da un tocco di pane e da una tazza di brodaglia ributtante. Subivano le angherie delle guardie, la cui brutalità si manifestava con qualsiasi pretesto. I nazisti addestravano i cani ad azzannare e li sguinzagliavano, specialmente di notte, per scongiurare le fughe. Tuttavia, qualcuno riusciva nell’intento di scappare. In questo era sostenuto anche dai nuclei di resistenza clandestina che continuavano ad operare. Le evasioni avvenivano più frequentemente durante gli spostamenti dal campo. Le punizioni per chi veniva ricatturato erano terribili, poichè dovevano anche fungere da esempio per altri che volessero pro- varci. Nel Durchgangslager Bozen, i partigiani monselicensi rimasero 19 giorni. Il viaggio verso Mauthausen Il 14 dicembre 1944 venne organizzato il trasporto denominato “111”, il convoglio che avrebbe trasferito a Mauthausen gli 8 di Monselice. I tedeschi avevano infatti numerato, con ordine maniacale, i trasporti dei deportati in ordine progressivo e scritto in un registro l’elenco dei prigionieri trasportati. Attraverso questo siamo in grado di ricostruire le tristi vicende di quei giorni. Su quel convoglio erano forse in 260, tutti accalcati quasi si trattasse di bestie e non di esseri umani. Il viaggio, avvenuto in condizioni di estremo disagio, durò 5 lunghissimi giorni. Il 19 dicembre, il treno si fermò alla stazione ferroviaria di Mauthausen. I prigionieri raggiunsero il lager a piedi, in mezzo alla neve, tremanti per la temperatura rigida. Camminarono per 5 chilometri in file ordinate, martoriati dalle percosse delle SS che li sorvegliavano. Infine si inerpicarono per una strada in salita e raggiunsero il campo di sterminio di Mauthausen.

mauthausen

Il campo di concentramento di Mauthausen è situato nei pressi di Pe rg, nell’Austria Superiore. Attivo già durante la prima guerra mondiale come campo di internamento per prigionieri di guerra (tra cui molti italiani), nell’agosto del 1938 fu allestito per servire come succursale del campo di Dachau e dal marzo 1939 fu istituito come lager autonomo, luogo di tortura e di sterminio in cui fino al 1945 furono internate circa 335.000 persone. In questi campi concentrazionari, con sistematica e razionale pianificazione, che prevedeva sia l’annientamento materiale (disastrose condizioni igienico-alimentari, disumane costrizioni al lavoro, deliberate torture fisiche) sia la sopraffazione psicologica, si mirava a cancellare identità, personalità e autonomia di milioni di persone. Lo sterminio di massa veniva poi programmato scientificamente con le camere a gas, le fosse comuni e i forni crematori. Fra i primi campi, sorti in Germania, vi furono quelli di Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen, Flossenbürg, Ravensbrücks, che fu un campo esclusivamente femminile e quello di Auschwitz-Birkenau, forse il più tristemente famoso (vi furono eliminati circa quattro milioni di persone, di cui oltre un milione di ebrei), dopo la conquista della Polonia. A partire dal 1942 in questi campi venne attuata la “soluzione finale”, che aveva come scopo l’annientamento fisico degli ebrei (vedi Shoah), ma che coinvolse anche altre razze considerate “inferiori”. A questo scopo furono attrezzati nuovi campi di sterminio ubicati in Polonia: Chelmno (già funzionante dal dicembre del 1941), Belzec, Sobibór, Treblinka. Coloro che non venivano eliminati al momento stesso dell’arrivo nei campi o che rientravano in particolari categorie di internati erano costretti a estenuanti lavori forzati. Oggi nel campo di Mauthausen, eretto a luogo commemorativo delle vittime della Shoah, si trova un museo. All’ingresso del campo di concentramento, sulla destra, si estende una lunga muraglia che ora è ribattezzata “muro del pianto”. Sotto di essa si allinearono Barzan, Bernardini, Dalla Vigna, Gagliardo, Girotto, Greggio, Rocca, Sartori, con coloro che avevano viaggiato nello stesso trasporto. Forse erano vicini, forse si potevano solo scorgere, tra volti sconosciuti. Come accadeva a tutti i prigionieri vennero sottoposti alle consuete umilianti procedure di ingresso. Dopo una doccia fredda, vennero depilati e disinfettati. Poi, fu consegnato loro un nuovo numero di identificazione, nel seguente ordine: Barzan Luciano, 113888; Bernardini Alfredo, 113896; Dalla Vigna Enrico, 113963; Gagliardo Tranquillo, 113980; Girotto Luciano, 113991; Greggio Dino, 113992; Rocca Settimio, 114088; Sartori Idelmino, 114101. Alla fine ad ognuno fu consegnata una leggera camiciola per coprirsi (le divise tradizionali erano finite) e furono sistemati nelle baracche. E’ a questo punto che gli 8 di Monselice vennero divisi e mandati a lavorare in luoghi diversi. Alcuni, tra cui Barzan, Dalla Vigna, Bernardini e Rocca, si ritrovarono a Gusen. Altri, come Girotto e Greggio, finirono a Melck e a Ebensee. Da questi luoghi, dove si adoperavano in mansioni di fatica, avrebbero dovuto tornare a Mauthausen la sera, per dormire. Spesso, però, non accadeva. Nel frattempo si erano probabilmente persi di vista, ad eccezione, forse, dei tre che lavoravano a Gusen. Quando furono troppo malati per continuare a svolgere un lavoro, vennero abbandonati nel “campo sanitario”. Concepito come infermeria, si era poi trasformato in un luogo dove malati di ogni sorta veni- vano lasciati a morire, senza alcuna assistenza o supporto. Se, pur ancora sani, deperivano fino al punto di non poter più essere sfruttati, venivano mandati a morire, nelle camere a gas. La testimonianza di Franco Busetto, in questo stesso volume, ci descrive la vita dei prigionieri con stupefacente realismo. In questi crudeli modi, trovarono la morte gli otto ragazzi di Monselice. Barzan Luciano si spense a Gusen il 29 marzo 1945; Bernardini Alfredo morì a Mauthausen, il 13 marzo 1945; Dalla Vigna Enrico fu ucciso a Gusen, il 3 febbraio 1945; Gagliardo Tranquillo morì a Mauthausen l’11 aprile 1945; Girotto Luciano morì a Melck, il 21 febbraio 1945; Greggio Dino scomparve il 18 aprile 1945 a Ebensee; Rocca Settimio morì a Gusen il 3 febbraio 1945; Sartori Idelmino morì a Mauthausen, il 20 aprile 1945. Un tragico finale per loro, colpevoli forse di aver sognato un’Italia libera e democratica. Spetta ora a noi far conoscere alle giovani generazioni il loro eroico coraggio affinchè simili prevaricazioni non abbiano a ripetersi mai più. Dalle nostre indagini sembra che non abbiano compiuto importanti azioni militari e forse i loro sogni di giovani ventenni si sono intrecciati nel peggiore dei modi con la cieca furia omicida promossa dalle ideologie di quel periodo storico.”

Estratto di “Da Monselice a Mauthausen” a cura di Flaviano Rossetto con le testimonianze di Carlo Bernardini

 

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