Un viaggio attraverso La Tempesta al Rivolta IV

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Fonte foto: https://www.facebook.com/events/785098824881278/?fref=ts

Il Centro Sociale Rivolta si trasforma in un piccolo micromondo di musica durante la notte del 6 Dicembre, quasi fosse una frazione di Marghera non segnata sulle cartine geografiche e racchiusa tra muri colorati da graffiti e scritte.

I cancelli aprono alle 18 sotto un cielo piovoso e all’interno ci sono quattro palchi per questa IV edizione: Hangar, Nite Park, Open Space e La Rivoltella. Per quasi una decina di ore si vaga tra diverse location, atmostfere e generi. La Tempesta risulta eterogenea nelle sue scelte, si passa dal reggae al rock più spinto, dal blues al folk.

In questa oasi di musica ognuno si sente al sicuro, vulnerabile ma se stesso, come di fronte a ogni concerto migliore. Non serve parlare, basta chiudere gli occhi e ondeggiare la testa a ritmo. Ogni spettatore è un’onda che forma il mare del pubblico, dando origine a un acquatico flusso di empatia e condivisione emotiva, che si mischia con la scia delle luci del palco.

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Il mio viaggio attraverso La Tempesta è stato caotico, elettrizzante e intenso.  Al mio arrivo vengo catapultata nel mondo tetro e psichedelico di Capovilla. E’ nero negli indumenti, nelle attitudini, nelle sonorità. Un attimo dopo, davanti agli Universal Sex Arena, sono negli anni ’70. Capelli lunghi e sudore, chitarre distorte e pubblico che salta. Poi il Pan del Diavolo, energico duo di chitarre e voci che trasporta in un luogo senza tempo.

Torno al Nite Park ed è la volta dei Management del dolore post-operatorio. Pubblico in delirio, stage diving vari, grida, poghi. Eterni adolescenti che si divertono come pazzi su quel palco, che sudano e suonano con foga assorbendo l’energia dalla folla.

Di nuovo al main stage, ascolto qualche pezzo dei Mellow Mood e poi mi dirigo all’Open Space in attesa del terzo e ultimo turno dei Tre Allegri Ragazzi Morti. In realtà non sono tre ma quasi una ventina, con la formazione originaria affiancata dalla Abbey Town Jazz Orchestra che coi suoi fiati trasforma i brani più noti, da “Il Mondo Prima” a “La faccia della luna”, in una deliziosa e nuova forma.

Facciamo un salto dai Fine Before You Came e poi gran finale con gli Zen Circus.

Ho solo vent’anni ma davanti a quei palchi riesco a cogliere l’importanza della musica, che salva, unisce e motiva questa mia generazione in balia della tempesta.

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