mercoledì 20 Novembre 2019
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Storia, guerra e religioni: ecco "Roccaforte Afghanistan", l'ultimo romanzo dello scrittore atestino Filippo Pavan Bernacchi

fotoautoreSi dice che capire quanto vale realmente una persona non sia, in fondo, così difficile: basta guardarla negli occhi. Filippo Pavan Bernacchi non è un uomo comune, e per accorgersene è sufficiente incrociare per qualche istante il suo sguardo scuro e impenetrabile. Lo sguardo di chi la sa lunga, ha visto tante cose e ha fatto molte esperienze. D’altronde la sua biografia, che trovate qui, parla abbondantemente da sola: scrittore ormai affermato, Bernacchi ha da poco pubblicato il suo ultimo romanzo, “Roccaforte Afghanistan“, che sta ottenendo un successo forse superiore a ogni previsione. Non capita tutti i giorni di incontrare un personaggio così e noi abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda.
– “Roccaforte Afghanistan” può essere considerata una spy story non convenzionale, in quanto mescola elementi tipici del genere – mondo militare, intrighi, blitz, colpi di mano – a elementi provenienti dalla storia e dalla religione. E’ d’accordo?
E’ così. Per il mio romanzo sono partito da un assunto: dagli albori della civiltà la Storia la scrivono sempre i vincitori. Anche le religioni spesso sono state imposte ai popoli con la spada. In Afghanistan vi sono reperti antichissimi, di tutte le epoche, alcuni non ancora decifrati. E proprio un reperto, datato circa 2.700 a.C., è al centro del mio romanzo. Tra combattimenti, operazioni di intelligence, attentati, blitz di forze speciali, un sito archeologico afghano cela un segreto che, se portato alla luce, potrebbe riscrivere la storia di tutte le religioni.
– Com’è nata l’idea di scrivere questo libro?
I miei quattro romanzi pubblicati fino a ora trattano di un tema poco conosciuto: come operano l’Esercito Italiano e i nostri Servizi Segreti dopo la Seconda Guerra Mondiale. I nostri militari oggi sono spesso impiegati in operazioni internazionali di peacekeeping, allo scopo di stabilizzare aree a rischio. In “Roccaforte Afghanistan”, racconto, in forma romanzata, cosa fanno gli uomini che rappresentano il Tricolore in quel paese. Molti fatti riportati però sono veri e verranno resi disponibili all’opinione pubblica tra diversi anni.
– Ormai lei è uno scrittore di una certa esperienza. E’ stato facile riuscire a far pubblicare la sua opera?
E’ stato difficile, difficilissimo. Ma sono determinato e mi hanno insegnato a non mollare mai. Ho ricevuto molti rifiuti ma non mi sono arreso o fatto scoraggiare. E poi sono arrivati i risultati.
copertinaroccaforteafghanistan– “La prima vittima di una guerra è sempre la verità“, si legge nel romanzo. Può spiegarci il significato di questa frase?
L’informazione, o la disinformazione, in guerra è un’arma, al pari di un fucile. E quindi non esiste più la verità. Anche perché ogni contendente ha la sua. La verità può essere pazientemente ricostruita decenni dopo, quando la pista è fredda, e magari i protagonisti sono morti. A questo si aggiunga, come dicevo prima, che la storia la scrivono i vincitori.
– Uno dei temi toccati nel libro è quello delle missioni di pace, a cui spesso anche il nostro Paese, tra mille polemiche, ha partecipato. Qual è la sua opinione in merito?
Non sono “missioni di pace” ma missioni “per la pace”. Prima di portare la pace in un paese, bisogna renderlo sicuro. I latini dicevano: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. E’ una verità, anche se scomoda: non si può certo rispondere alle bombe, agli attentati kamikaze e ai Kalashnikov con un mazzo di fiori.
– Ha ancora un senso, quindi, la missione italiana in Afghanistan?
La guerra contro il terrorismo di matrice islamica alla quale il nostro Paese ha preso parte si poteva combattere in due teatri: il primo era il mondo Occidentale, in primis gli USA e l’Europa, il secondo l’Afghanistan e altri stati “canaglia”. La scelta è stata ovvia, e ha portato al quasi azzeramento degli attentati in Occidente. E’ come chiedersi: ha senso combattere la mafia?
– Rimaniamo in Afghanistan. Lì, come altrove, il fondamentalismo islamico è una piaga profondamente radicata nella società e, forse, impossibile da estirpare. Lei pensa che sia legittimo sognare, in futuro, un mondo privo di conflitti religiosi?
L’uomo è l’animale più pericoloso che calpesta la Terra. E in nome delle religioni si sono sterminati milioni di uomini, donne e bambini. Chissà, forse l’umanità in futuro si renderà conto che non si può imporre con la forza un credo. Purtroppo un’interpretazione letterale del Corano prevede la soppressione delle altre religioni, anche con la forza. Ma come la Bibbia e la Torah, anche il Corano è stato scritto in un’epoca diversa dalla nostra e tradotto da esseri umani fallibili, alcuni dei quali hanno approfittato per rivedere un po’ i testi adattandoli ai loro scopi. Quindi non si può applicare letteralmente, solo interpretare. E credo che nessun Dio possa predicare la distruzione e l’annientamento di chi professa un’altra fede.
diritti-dei-militari-euromil– La presenza dell’Islam è ormai stabile anche in Europa e in Italia. Pensa che sia possibile la convivenza di culture e religioni diverse nello stesso spazio sociale?
Sì, è possibile. E in molte parti del mondo già è così. Però sarà sempre un equilibrio instabile. Voglio ricordare, per esempio, che in Europa abbiamo combattuto tra noi per centinaia di anni, credendo di fare il volere di Dio. Dello stesso Dio.
– La religione è stata anche, storicamente, uno strumento con il quale i potenti sono riusciti a mantenere il loro dominio sulle masse. Oggi è ancora così?
La religioni rappresentano un aspetto positivo. Sono il modo in cui l’umanità vuole elevarsi rispetto al mangiare, al dormire e al riprodursi. Ma il credente deve sempre usare il libero arbitrio e mai, e ripeto mai, sentirsi legittimato da un santone, da un ministro di Dio, o pseudo tale, a commettere dei reati in nome di un Dio.
– Più di qualche osservatore afferma che l’annessione della Crimea da parte della Russia ha aperto la strada al ritorno della guerra fredda e al mondo bipolare. E’ vero?
L’attuale contesto geopolitico è instabile e per certi versi imprevedibile. Auguriamoci che prevalga sempre il buon senso, di cui alcuni potenti sembrano purtroppo scarsamente dotati.
A cura di Davide Permunian

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