Sono così indie

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tempestaalrivolta2013

“Sono cosi Indie” è una canzone del gruppo italiano “Lo Stato Sociale”, che ironizza sullo stereotipo del giovane hipster, elencandone le caratteristiche tipiche, dai gusti musicali, al gergo, al look, alla tendenza anticonformista e alternativa in qualsiasi situazione o ambito.

Il pezzo è scherzoso, divertente e fa sorridere il sentir fare ironia sulla parola “indie” da parte proprio di una band indie.

Ma cosa vuol dire “Indie”? E’ un termine che sentiamo di continuo negli ultimi tempi. In ambito strettamente musicale sembra che non l’abbia ancora capito nessuno, tanto che spesso si sente etichettare come indie qualsiasi cosa che non si sa definire in altro modo. In realtà il vocabolo deriva semplicemente da “Independent”, ovvero non legato alle grandi etichette discografiche. I gruppi Indie sarebbero dunque meno mainstream, più di nicchia, alternativi rispetto al panorama musicale di massa. Di conseguenza si è finito coll’etichettare come indie qualsiasi musicista con queste caratteristiche.

Ci sono varie posizioni riguardo alla cosiddetta “Musica Indie”, che agli estremi trovano da una parte i contrari a prescindere, che ritengono il genere poco qualitativo dal punto di vista tecnico, troppo semplice, sempre i soliti quattro accordi, dall’altra gli “Indiedipendenti”, che impazziscono per qualsiasi cosa abbia sonorità alternative. Apprezzano tutto indifferentemente, per moda più che per effettiva passione.

In Italia una delle etichette discografiche indipendenti per eccellenza è “La Tempesta”, fondata nel 2000 dal bassista dei “Tre Allegri ragazzi morti”, Enrico Molteni. Tra i musicisti che collaborano vanno citati Zen Circus, Luci della centrale elettrica, il Teatro degli orrori, Fine before you came, Uochi Toki, Massimo Volume.

Questi sono alcuni dei progetti musicali più noti, ma soprattutto negli ultimi anni si è assistito ad un boom incredibile di gruppi di questo stampo.

Il rischio in cui può incorrere un artista che vuole farsi strada nel genere è di scadere nella banalità, nell’imitazione. All’interno del grande oceano di gruppi indie si possono facilmente scovare somiglianze eccessive, ben lontane dall’originalità degli inizi. Il pericolo è concreto: da genere di nicchia, alternativo, particolare, potrebbe (o forse è già avvenuto) trasformarsi in una compatta schiera di band uguali tra loro, destinate alla lunga all’anonimato.

Non è semplice fare qualcosa di nuovo, innovativo e diverso avendo un’offerta cosi ampia di spunti e influenze. Ma dovrebbe essere la strategia da applicare.

La musica italiana sembra ormai divisa in tre: il polo indipendente, il pop classico, “Sanremese”, che raccoglie artisti più datati, apprezzati da un pubblico eterogeneo e infine  i cantanti lanciati dai vari talent show. Ma questi ultimi sono un gruppo dinamico, effimero, destinati a un successo esplosivo ma breve e sostituiti ben presto dal nuovo vincitore di turno.

Spesso si sente dire, soprattutto dalla generazione che negli anni ‘60-‘70 era adolescente, che al giorno d’oggi nessuno dura, che ai loro tempi era diverso, che i gruppi musicali contemporanei sono passeggeri, che non portano nulla di nuovo.

Forse in parte è così, ma come in ogni epoca, le innovazioni ci sono, la qualità, l’originalità, seppur rare, non sono estinte. Ci sono tantissimi musicisti che suonano nell’ombra, che non hanno successo visibile ma che meritano di essere ascoltati.  Sta a noi cercarli, senza limitarci alla musica che ci propone Mtv e senza pregiudizi. Anche la musica italiana ha ancora qualcosa da dire.

Sara Berardelli