MUSICA – La magia del Post-rock

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Nel 1994 il critico musicale londinese Simon Reynolds si serve del termine “post-rock” per catalogare gruppi come Stereolab, Disco Inferno e Pram, accomunati da un utilizzo di strumentazione rock non convenzionale rispetto alla tradizione precedente, grazie all’ inserimento di ritmi, armonie, melodie e timbri del tutto differenti dal rock classico.

Col tempo l’espressione ha iniziato ad assumere una sfumatura diversa e ad indicare un tipo di musica contraddistinta spesso da atmosfere cupe e dinamici cambiamenti di ritmo, volume, tensione e intensità. Caratteristiche ricorrenti sono la lunga durata dei brani e l’assenza del cantato, anche se diversi esponenti del genere lo utilizzano.

Peculiarità del post-rock è il fatto che esso sia frutto della commistione di vari generi come progressive rock, elettronica, musica sperimentale e jazz, ai quali si ispira non tanto dal punto di vista estetico quanto a quello tecnico.

Non è facile individuare i veri e propri precursori del genere, la cui definizione ha spesso prodotto confusione e dissensi.

Tra quelli che vengono comunemente considerati i padri del post-rock, sviluppatosi a partire dalla fine degli anni ’80 specialmente negli USA, in Canada e in Gran Bretagna, spiccano i Talk Talk, gli Slint e i Tortoise.

I britannici Talk Talk esordirono nel 1981 come gruppo synth-pop, aderendo inizialmente alla tendenza musicale del loro tempo per poi distaccarsene in modo profondo e intraprendere un percorso indipendente, iniziando a suonare inconsapevolmente quello che più avanti sarebbe stato definito post-rock.

Gli Slint, in attività dal 1986 al 1992, hanno prodotto nella loro breve carriera soltanto due album, il secondo dei quali, “Spiderland” del 1991, è uno dei dischi più significativi degli anni ’90. E’ un album controverso, camaleontico, variopinto, che mescola diversi generi, stili e atmosfere. Brani cantati, con voce sussurrata e un attimo dopo decisa ed esasperata, timbri, sfumature e sensazioni estremamente cangianti da un pezzo all’altro.

Per quanto riguarda i Tortoise, gruppo di Chicago formatosi nel 1990, il loro secondo album “Millions Now Living Will Never Die” (il cui bassista David Pajo era stato precedentemente il chitarrista degli Slint) del 1996 viene considerato uno dei più influenti per il genere. La loro musica è infatti una miscela di elettronica, ambient, jazz, alternative rock americano degli anni ‘90, minimalismo ed elementi psichedelici.

L’eredità del post-rock primordiale, ancora indefinito e poco uniforme, è stata raccolta da gruppi come i texani Explosions In The Sky e This Will Destroy You, i britannici Maybeshewill e 65daysofstatic, gli scozzesi Mogwai e gli irlandesi God Is An Astronaut e And So I Watch You From Afar, fino ad arrivare agli ormai conosciutissimi Sigur Ros (di cui è difficile definire un preciso genere di appartenenza ) freschi della pubblicazione del nuovo album “Kveikur” .

Ma cos’è che rende il post-rock tanto speciale? Parlando semplicemente delle sue origini, dei gruppi più influenti e degli stili a cui attinge si rischia di banalizzare uno dei generi meno concreti e più intimi che esista. Il post-rock sembra nato per far sentire meno soli gli animi devastati. Lo scopo che si pone è di trasmettere un’emozione forte e ci riesce quasi sempre senza bisogno delle parole.

Chi ascolta questo tipo di brani deve essere disposto a sentirli veramente, per cogliere tutto quello che essi vogliono dirgli. E’ una musica che va capita, in quanto mediatrice tra chi ha bisogno di esprimersi e chi è pronto a ricevere e interpretare ogni suono nel suo significato profondo. Il post-rock ci rende vulnerabili, riesce a scavare dentro di noi e a estrapolare sensazioni e pensieri nascosti.

La magia di questo genere si concretizza in un nome: This Will Destroy You, band statunitense formatasi nel 2005, che ha prodotto due album, l’omonimo “This Will Destroy You” e “Tunnel Blanket” e tre EP, il primo dei quali, “Young Mountain” del 2006 ha permesso al gruppo di raggiungere un discreto successo mondiale.

Per capire l’essenza dei This Will Destroy You basta ascoltare “Quiet”, la prima traccia dell’EP d’esordio. La partenza morbida, soffusa, il crescendo di tensione, l’intensità emotiva sempre maggiore, il suono graffiante delle chitarre, la sensazione di vuoto e di piccolezza nei confronti del cosmo che si prova ascoltando questi 4 minuti e 56 ci fanno comprendere la capacità di trasmettere che questo gruppo possiede. La forza dei This Will Destroy You non è tanto nell’aver innovato, infatti si attengono al genere senza apportare grandi novità e elementi originali, quanto nel riuscire con ogni brano a catapultare l’ascoltatore in un’esplosione di sensazioni.

“This Will Destroy You” e “Blanket Planet” differiscono leggermente dall’EP “Young Mountain” per la presenza di un timido approccio all’ambient e all’elettronica che conferisce una più incisiva sfumatura di astrazione e dissolvenza sognante, pur mantenendo l’impronta originaria presente in “Young Mountain”.

Ogni loro lavoro è frutto di una passione sincera e merita un ascolto, che ci permette di staccare, che sia per la durata di una canzone o di un intero album, dalla quotidianità e partire per un viaggio che è solo nostro.

Sara Berardelli