Joy Division, “Unknown Pleasures”

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Spesso quando ascolto la musica cerco di immaginare come sarebbe se fosse una persona in carne ed ossa. Raccolgo le sensazioni che mi trasmette un determinato brano o album e le concretizzo in una figura immaginaria a cui quelle note, quei suoni e quel testo potrebbero cucirsi perfettamente addosso.

Che individuo sarebbe “Unknown Pleasures”, l’album più noto dei Joy Division, quali fattezze umane avrebbe? Non riesco a rappresentarlo in altro modo: un ragazzo tenebroso che cammina nella foschia invernale, con addosso dei jeans logori, una giacca in pelle, tra le labbra screpolate una sigaretta il cui fumo si confonde con quello della nebbia mattutina. Ha uno sguardo perso, contornato da occhiaie scure e avanza lentamente, verso una meta ignota. Vorrebbe trovare il suo ruolo nel mondo, vorrebbe sentirsi meno solo e meno fuori posto, vorrebbe vivere a pieno la vita ma è confuso, disilluso e smarrito.

A pensarci bene somiglia molto al cantante della band, Ian Curtis, che con voce penetrante e testi esasperati, scritti di proprio pugno, ci rende partecipi della sua sofferenza. Ian è un ragazzo particolare, eclettico, spiccatamente intelligente, che ha in Jim Morrison e David Bowie i suoi più grandi idoli. E’ malato di epilessia e a soli vent’anni cade in una grave depressione che lo porterà ad impiccarsi tre anni dopo ponendo fine ad una vita tormentata e ad una brillante ma breve carriera musicale.

“Unknown Pleasures” è l’album di debutto della band britannica, formatasi nel 1977 e che restò in attività fino al 1980, anno del suicidio di Curtis. Il disco, noto anche per la copertina di grande impatto e originalità, ideata dal grafico Peter Saville e rappresentante una serie di pulsazioni elettromagnetiche, esce nel 1979 e risulta un’ amalgama di sonorità post-punk, new wave e gothic-rock. Dieci tracce che ci trasportano nel profondo disagio esistenziale di Curtis e in cui domina un perenne senso di angoscia, tenebra, ossessione e solitudine.

Ogni pezzo ha struttura e caratteristiche piuttosto uniformi agli altri: la batteria è incalzante, spesso ripetitiva, il basso sovrasta in molti punti sulla chitarra, i suoni sono freddi, come la voce di Ian, quasi meccanica, monocorde, ma incredibilmente comunicativa, che si estende variando la tonalità verso la conclusione del brano, in un crescendo di tensione. Sono canzoni semplici, martellanti, dalle atmosfere lugubri, che ci trascinano in una sorta di vortice disperato e inquieto, lasciando in bocca un gusto amaro, di qualcosa di incompleto e non pienamente comprensibile.

Il primo brano, “Disorder”, si apre con una dichiarazione di incertezza e solitudine,” Ho aspettato che arrivasse una guida e che mi prendesse per mano”, quasi Ian si sentisse come un bambino che ha bisogno della stretta materna per non avere più paura. Segue “Day of the lords”, in cui viene rievocata un’infanzia infelice e avvertita un’imminente fine. “Insight”, quarta traccia, contiene un rimpianto per aver sprecato la giovinezza. Ora Ian non crede più nei sogni e non riesce a trovare la forza, la volontà di agire, è un fantasma che grida “Io non ho più paura”, ma più che un’affermazione effettiva sembra un tentativo di autoconvincersene. Seguono la graffiante e cupa “New down fades” e l’ipnotica “She’s lost control”. L’ottavo pezzo, “Wilderness”, è provocatorio in quanto passa in rassegna le crudeltà compiute dai cristiani nel corso della storia, mentre con la successiva “Interzone” l’ascoltatore si immerge in sonorità più punk.
L’album si conclude con” I remember nothing”, in cui la chitarra sfuma lasciando dominare basso e batteria. Ma la vera protagonista è la voce cupa di Curtis, che insieme a suoni indecifrabili, che sembrano di oggetti in frantumi, comunica solitudine e abbattimento.

“Unknown Pleasures” è il disco perfetto per questa stagione. Ottimo compagno nelle giornate piovose e malinconiche, quando abbiamo solo voglia di stare per conto nostro. La voce robotica di Ian è sempre lì che aspetta di essere ascoltata per ipnotizzare e trascinare nell’ombra colui che la sente.

Sara Berardelli