martedì 25 Febbraio 2020
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Intervista ai The Base, fondamenta dell’indie rock atestino

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I The Base sono un gruppo indie rock formato da Andrea Visaggio (basso e voce), Renato Rancan (chitarra), Francesco Zambon (batteria), Paolo Fava (chitarra, cori) e Stefano Murrone (synth). Sono attivi da poco più di un anno ma hanno già fatto numerose date, ultima delle quali venerdì 4 Aprile al Players di Este, dove hanno presentato il loro nuovo EP, da poco registrato. Qualche giorno dopo il concerto ho incontrato Francesco, Andrea e Renato per un’intervista.

Come, quando e perché nasce il progetto The Base?

Prende la parola Renato: “I The Base sono un’evoluzione di un progetto precedente, i Mind The Gap, in cui io, Paolo, Francesco e Andrea facevamo cover indie rock. Poi abbiamo cambiato nome e realizzato un EP di quattro brani completamente diversi tra loro, grazie al quale ci siamo resi conto di dover cambiare direzione”. Continua Andrea: “Renato è andato in Erasmus, ma dopo una pausa di sei mesi abbiamo intrapreso una nuova strada, il vecchio cantante è stato sostituito da me, che allora suonavo solo il basso, e nel marzo 2013 prendono definitivamente vita i The Base. Stefano si è aggiunto ufficialmente alla tastiera qualche mese fa, regalandoci sonorità più ricercate e perfette per il genere”.

Quali sono i gruppi che più vi hanno influenzato e ispirato?

Comincia Renato: “I Mind The Gap sono nati principalmente come cover degli Interpol”, interviene Andrea: “Ma era necessario andare incontro alle esigenze delle persone e abbiamo dovuto, per così dire, allargare la tavolozza dei colori”. Francesco sottolinea che questo ha creato qualche problema rendendo più difficile conferire al progetto un’ identità precisa. Altre band influenti sono state Strokes, White Lies, Editors, Artic Monkeys.

Parliamo dell’EP appena registrato, “TWENTY MINUTES BY FALL”, come è avvenuta la sua realizzazione?

I tre mi rispondono spiegando che il singolo “Balance” è uscito nel giugno 2013 e che in seguito hanno recuperato alcuni brani scritti in precedenza, riarrangiandoli, ovvero “Fade Away” e “Twin Peaks”, per poi scrivere, poco prima della registrazione, “Space” e “Daughter Of The Tide”. Francesco interviene illustrando come nascono le canzoni dei The Base: “All’inizio, quando componevamo, un brano partiva dal lavoro che uno di noi, di solito Renato, faceva a casa e poi ci lavoravamo insieme. Ma così facendo i pezzi risultavano il prodotto più di un singolo che di un noi. Invece negli ultimi tempi le canzoni prendono vita direttamente in saletta e la differenza, soprattutto nei live, la sentiamo sia noi che il pubblico. Ogni lunedì ci troviamo noi tre per scrivere e poi il giovedì proviamo tutti e cinque.” I The Base non si riposano neanche un secondo e mi annunciano l’imminente uscita di un terzo EP.

Qual è il momento per voi più significativo nella “carriera” dei The Base?

Renato si dice entusiasta dell’ultimo concerto del 4 Aprile, Andrea sorridendo cita come momento meraviglioso l’arrivo della stufa in saletta. Prende la parola Francesco: “Credo che sia stato l’arrivo in saletta uno degli avvenimenti più importanti. E’ una stalla in una vecchia casa di campagna, ci abbiamo messo un mese a pulirla e poi abbiamo portato l’elettricità. La cosa che mi piace di più è una sedia disegnata su uno dei muri, ci affascina”. Concordano tutti e tre che altri eventi significativi sono stati la realizzazione del video di “Balance” e la recensione dal Portogallo.

C’è un posto in particolare in cui sognate di esibirvi?

Andrea e Francesco si guardano e rispondono all’unisono “Il Tunnel a Milano”. Per Francesco l’atmosfera del club è perfetta per il loro genere musicale. Mi spiegano che lì al Tunnel hanno conosciuto il cantante degli Interpol, Paul Banks. Ed è proprio tornando dal Tunnel Club che i due pensano al nome “The Base”, titolo di un brano di Banks.

Spesso si sente dire che in Italia vivere di musica è impossibile, qual è il vostro punto di vista?

A rispondermi è Renato, che afferma che in Italia vivere facendo il musicista “rock” è impossibile, che per vivere di musica è necessario ampliare i propri orizzonti, facendo anche altro oltre al musicista, per esempio il produttore o scrivere musica per altri. Si aggiunge Francesco confermando che In Italia manca la cultura musicale, manca l’idea della musica come “valore”: “Siamo la generazione della discoteca, si preferisce bere uno spritz che passare una serata ad ascoltare musica. I gestori dei locali permettono ai gruppi di suonare per guadagnare, non per promuovere la loro musica, è difficile che un locale apra con l’intento di far suonare.”

Avete trovato ostacoli per il fatto di fare musica propria? Nei locali di piccole dimensioni sono privilegiate le cover band?

Renato risponde: “Non credo conti tanto fare cover o meno, quanto più abitare nello stesso paese del locale, in modo da portare amici. Le band di cover di nicchia o di musica propria trovano più difficoltà, rispetto, per intenderci, alla band tributo a Vasco Rossi.” Iniziamo a discutere poi sul fatto che in Veneto, rispetto ad ambienti più aperti e di scambio, come Milano o Bologna, ci sono davvero pochi locali di un certo calibro. Francesco cita il New Age a Roncade, in provincia di Treviso, come esempio di club più vicino alle nostre zone e afferma che per vedere concerti di gruppi più grossi è necessario spostarsi. Renato confida nelle nuove generazioni, magari loro riusciranno a cambiare le cose.

Che sacrifici fate per la musica? E’ difficile conciliarla con studi/lavoro?

Ancora una volta parte Renato: “Non li definirei sacrifici, anzi è il tempo che impiego per altro che sento come un sacrificio nei confronti della musica. Le cose da fare sarebbero tante e il tempo a disposizione poco. Ci sono vari aspetti da curare, dalle prove, due sere a settimana, al lavoro a casa, alla ricerca delle date, alle fotografie, alla gestione online. Paolo lavora, Stefano vive a Padova. Non è semplice gestire tutto.” Francesco, che ha un’occupazione part-time, sente il peso del lavoro, mondo completamente diverso dall’università, dove non ti puoi permettere di arrivare stanco o in ritardo. Andrea conferma che fare il musicista significa avere sempre questo pensiero in testa e che la musica sottrae tempo ad altre cose, ma dalle parole di tutti e tre emerge chiaramente l’idea che se si ha una passione, questi sono dettagli che passano in secondo piano.

Faccio i complimenti ai The Base e li ringrazio per la disponibilità, vi lascio con il link della loro pagina Facebook: https://www.facebook.com/thebaseband?fref=ts

E dell’EP “Twenty Minutes By Fall”: http://thebaseband.bandcamp.com/

Sara Berardelli

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