I Ministri: il passato migliore è questo presente

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Non capisco ancora bene se sono stata colpita da dipendenza, mania o semplice fanatismo.

L’unica cosa che so è che ho un debole per un gruppo musicale e non so se mi passerà in fretta. 

Mi sono decisa a confessare tutto in questo articolo per provare a farvi capire cosa mi succede quando i rumori si placano, le immagini del mondo vanno a rallentatore, io sto per prendere il treno e in sottofondo suona uno dei miei dischi preferiti: “Per un passato migliore” dei Ministri.

Ogni mattina la stessa storia, non ci sono rane che cadono da cielo ma al di là delle cuffie qualcuno mi incita a provarci comunque.

Loro sono i Ministri, band alternative rock nata a Milano nel 2003. Inizialmente erano “I Ministri del Tempo”, quattro liceali appassionati di musica e abbastanza incattiviti. Successivamente dopo l’uscita del tastierista, diventeranno il famoso trio formato da Federico Dragogna compositore e chitarrista, Davide “Divi” Autelitano alla voce e al basso e infine Michele Esposito alla batteria.
Già dal primo ascolto non si può restare indifferenti ai loro suoni e ai loro testi ma la cosa più interessante di una band di questo calibro è sicuramente la stravolgente capacità di allineare pensieri e stati d’animo e di creare un senso di partecipazione al loro pubblico.
Forse penserete che i miei siano giri di parole inutili, ma sono sempre stata trascinata e coinvolta dalle canzoni che ci tendono le mani, che ci invitano a saltare e urlare, che parlano di noi, non conoscendoci, ma ci azzeccano ogni dannata volta.
Sarà la definizione più banale di sempre, me ne vogliano i critici musicali o i fanatici appassionati, ma Per un passato migliore” è semplicemente un disco che ci tende le mani e io le ho allungate.

Inizio la descrizione dell’album con le loro parole:
“Non c’è governo, dio, crisi o amministratore di condominio che possa veramente rovinarci la vita; la vita è sempre altrove, ed è nostro dovere cercarla.”

Non è arrivato all’improvviso, è stato concepito in circa nove mesi e nelle prime idee doveva intitolarsi “La pista anarchica” ma sarebbe stato un titolo assai pericoloso e ricco di provocazione che avrebbe purtroppo messo da parte l’impegno musicale a favore di quello politico.
Le tredici tracce che lo formano si relazionano molto bene all’immagine nella copertina dell’album. Il felino rappresentato sembra quasi alludere alla rabbia di certe canzoni e all’impeto di altre.
Non a caso si parte proprio con Mammut, un vero e proprio viaggio mentale che pone l’attenzione sulla nostra voglia di ottenere sempre anche se non se sappiamo precisamente cosa. Speranze, delusioni, riflessioni sulla contemporaneità fuoriescono da tutte le canzoni dell’album ma soprattutto in Spingere. Solo il titolo basta a far capire che quello di cui ha bisogno la nostra società è un movimento impulsivo, una spinta più motivata, uno sguardo oltre la finestra della nostra cameretta. Mentre Vasco Brondi in Costellazioni, ultimo album dell’artista ferrarese uscito lo scorso 4 marzo, cerca un’alternativa al futuro, i Ministri in Mille Settimane espongono quasi leopardianamente il problema relativo alla mancanza di prospettiva soprattutto nei giovani. I brani scorrono piacevolmente fino all’ultima traccia: Una palude. L’ultima canzone sembra quasi rallentare il ritmo frenetico di tutto il disco che scorre come un fiume in piena e che inevitabilmente ci travolge.

Non si esce indenni da un album così.
Non è comprare un disco ma bensì sostenere una causa.

Andrea Pitton