Donne in musica: il fuoco di Janis Joplin

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Il mondo della musica è sempre stato dominato dagli uomini. E’ raro vedere donne musiciste, fatta eccezione per le cantanti, sebbene in numerosi generi siano molto più comuni le voci maschili.

Inoltre le donne spesso non ascoltano determinati tipi di musica. Perché? Dare una spiegazione sembra impossibile. Ma è un dato di fatto ed è il momento di cambiare direzione, anche se c’è stato chi lo ha fatto già in passato.

Janis Joplin è una delle poche giovani cantanti che ha saputo imporsi nel panorama rock-blues degli anni ‘60, dando del filo da torcere ai colleghi uomini.

Non sono possibili confronti, è unica .Il suo spirito libero, il timbro graffiato e incisivo, l’estensione incredibile e un modo di cantare quasi inconsapevole, viscerale, l’hanno resa un punto di riferimento e d’ispirazione.

Janis era un fuoco impossibile da spegnere, energia pura.

Nasce in Texas nel 1943 e già dalla prima adolescenza dimostra un carattere inquieto, che la porterà a lasciare incompiuti gli studi universitari, con l’obiettivo di inseguire il suo grande sogno, la musica. Inizia ad esibirsi in brani folk e country e nel 1963, dopo essersi recata a San Francisco, entra in contatto con la generazione beat, nella quale si identifica fin da subito, condividendone sia gli ideali più profondi che la tendenza a una vita sregolata, di eccessi, droga e alcolismo.

Si unisce alla band “Big Brother & The Holding Company”, con la quale, dopo un primo infruttuoso disco di debutto, produce il secondo album “Cheap Thrills”, contenente pezzi come “Piece Of My Heart” e la notissima cover di “Summertime” di George Gershwin. Ma per varie tensioni interne, il gruppo si scioglie. Janis forma così la “Kozmic Blue Band”, che nonostante i successi viene logorata dai problemi di alcol e droga dei componenti. E’ il tempo della terza band, la “Full Tilt Boogie Band”, ma come si suol dire, non c’è due senza tre.

Solo che questo tentativo è l’ultimo.

il 4 ottobre del 1970 il corpo senza vita di Janis viene ritrovato in una camera d’albergo. Ventisette anni stroncati da un’ overdose.

E’ il 1969 e Janis sta cantando sul palco di Woodstock. I capelli lunghi, scompigliati, che le ricadono sul viso imperlato di sudore, i vestiti eccentrici e colorati in cui si muove in modo energico. Una voce che è impossibile non ascoltare, una voce che fa venire voglia di urlare con lei. Ha davanti migliaia di giovani con cui condivide gli ideali del movimento hippie, che credono nella musica, che hanno voglia di vivere.

Per i nostalgici degli anni’ 60 questo è un momento che nessuno avrebbe voluto perdersi se fosse vissuto in quel periodo. E’ l’emblema dello spirito di quel tempo. Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginare di essere proprio lì, accerchiati dai 500.000 partecipanti al festival, desiderosi di far sentire le nostre idee, di ballare e divertirci. E sul palco arriva questa ragazza. Non è bella, non colpisce al primo sguardo, può risultare un volto insignificante in mezzo alla folla. Ma quando canta è il centro dell’attenzione, quando canta diventa la donna più incredibile e affascinante. .

E’ chiaro cosa la musica rappresenti per Janis: una dimensione di estraniamento dalla realtà, in cui sfogarsi, in cui gridare tutto ciò che ha dentro, che sia frustrazione, incertezza o esplosivo desiderio di vivere.

Ma torniamo ai giorni nostri. Accendiamo la televisione. Cosa vediamo? Lo stereotipo della cantante moderna: è una pop star, è giovane, attraente, perfetta. Canta, quando va bene discretamente. Ma perché canta? Perché, come Janis, ne ha bisogno, perché vuole far sentire la propria voce, gridare “Guardate, ci sono anch’io, ascoltate quello che ho da dire!”, per sentirsi viva, meno sola, completa? O forse per il successo, la visibilità, i soldi?

Fino a che punto è giusto investire sull’immagine? Fa parte del gioco, è innegabile. Il problema è quando l’esteriorità viene anteposta al talento, quando la musica passa in secondo piano, quando non è più una cantante ma un prodotto commerciale.

Janis invece era se stessa, spontanea e autentica. La musica non dovrebbe essere un mezzo, con cui ottenere fama o denaro. La musica dovrebbe essere il fine.

Sara Berardelli