“Mi son bilingue”, perché parlare dialetto fa bene alla tradizione e al cervello

1707

MONSELICE. Emil Andreose è al suo esordio letterario con il libro “Mi son bilingue. Viaggio nello straordinario cervello bilingue e nell’Europa dei popoli senza nazione” in cui a fare da protagonisti sono le parlate di tutta Europa. Quello del bilinguismo è un tema trasversale e il 34enne ne ha affrontato la complessità conducendo ricerche che toccano i diversi ambiti di linguistica, neuropsicologia e sociologia. Ci ha restituito una voce, la sua, in controtendenza rispetto agli stereotipi attuali secondo cui parlare la lingua regionale sin da piccoli rappresenterebbe un ostacolo per l’apprendimento delle lingue ufficiali. In realtà, il cervello bilingue è più elastico e viene intaccato più tardi da malattie legate all’invecchiamento come dimostrano le ricerche scientifiche condotte negli ultimi decenni e a cui l’autore monselicense ha contribuito in prima persona. Laureato in Psicologia dell’Infanzia e dell’educazione e specializzato in Infanzia all’Università di Trieste, Emil ha ricevuto la menzione ”Eccellenza nell’Originalità” per la tesi sperimentale che sta alla base di questo libro, da lui dedicato alle sue radici: ai nonni, alla famiglia e alla terra in cui è cresciuto.

Il Dottor Michele Brunelli presenterà “Mi son bilingue” e il suo autore sabato 18 marzo alle 19.00 presso la Loggetta di Monselice, a conclusione della rassegna Monselice Scrive.

Da dove è nata l’idea di scrivere questo libro?
L’idea è nata da un articolo letto nel blog “Raixe Venete”: nel Quebec i bambini bilingue inglese-francese erano stati sottoposti al test di attenzione Simon Task ed era emerso che non presentavano nessuno svantaggio nell’apprendimento ma, anzi, erano avvantaggiati rispetto ai monolingue. Lì ho pensato se potesse valere anche per me, che parlavo e parlo italiano e dialetto veneto, e come per me per molti altri. Quella che era nata come una semplice curiosità è diventata poi il centro di ricerca della mia tesi di laurea e ora del mio libro.

Nel tuo viaggio tra i popoli senza nazione, cosa hai scoperto?
Ho scoperto che devi essere sul punto di sparire per rinascere e che, fino a quando c’è ancora un parlante, c’è ancora lingua. Come per molte cose, anche delle lingue non si capiscono l’importanza e il valore finché non vengono attaccate o addirittura proibite. E tra gli esempi emblematici in questo senso e che riporto in “Mi son bilingue” ci sono le vicende legate al dialetto basco e al catalano, in cui i tentativi di distruggere gli idiomi locali hanno sortito l’effetto contrario, facendoli rinascere.

Se tu dovessi dare una tua definizione di bilinguismo?
Per me il bilingue è una persona che ha un vocabolario ampio ricettivo e un eloquio abbastanza sciolto in due lingue. La cosa straordinaria è che non esistono due persone ugualmente bilingue ed è nelle sfaccettature personali che sta la vera forza.

Il dialetto per te cos’è?
Il dialetto, veneto nel mio caso, mi ha cresciuto e rappresenta la mia infanzia, la mia libertà. Per me ogni cosa che ti fa stare bene è una sorta di dialetto personale e io non sarei chi sono se non lo parlassi. Per questo credo che perdere la lingua della propria terra significherebbe perdere in umanità. Non può essere sostituito qualcosa di così vero e profondo.

Qual è la vera ricchezza di chi parla italiano e dialetto?
Per me è la diversità, la sfumatura. Quello che piace a me dell’idioma locale, che per me è lingua a tutti gli effetti come lo sono tutte le varietà esistenti, è il senso di vicinanza e il calore che emana. Una vera e propria lingua madre che ha l’innata capacità di abbattere le barriere culturali. In fondo è il contrario dello stereotipo del razzismo.

 

Salva Articolo

Lascia un commento