Maserà, ultimo italiano del Sonderkommando di Dachau commemora Perlasca

578
(Foto scattata dopo la cerimonia con Enrico Vanzini in completo blu accanto al sindaco di Casalserugo Elisa Venturini e al sindaco di Torreglia Filippo Legnaro)
(Foto scattata dopo la cerimonia con Enrico Vanzini in completo blu accanto al sindaco di Casalserugo Elisa Venturini e al sindaco di Torreglia Filippo Legnaro)

Enrico Vanzini, internato in Germania e ultimo italiano sopravvissuto del Sonderkommando di Dachau, si è commosso durante la cerimonia che si è svolta sabato scorso a Maserà sulla tomba di Giorgio Perlasca. Profonde e significative le parole in memoria del coraggioso maseratense che con il suo operato ha salvato ben 5.218 ebrei dalla deportazione e che ora è sepolto nel cimitero cittadino. Perlasca, prima di morire d’infarto all’età di 82 anni, aveva ricevuto numerose medaglie e riconoscimenti dall’allora Presidente della Repubblica Cossiga, dallo stato di Israele e dalla città di Budapest. Vanzini, allo stesso modo, il 29 gennaio 2013 ha ricevuto la medaglia d’onore dal Presidente Napolitano.

Il 93enne di Varese, sopravvissuto al campo di concentramento, ha voluto raccontare la sua storia. Partito a 18 anni per la campagnia di Grecia, osserva i militari nazisti all’opera: attrezzati, precisi, efficienti ma anche ubriachi, violenti e vendicativi. Quando, all’indomani dell’8 settembre, l’Italia rompe l’alleanza con Hitler sono proprio i soldati tedeschi a caricarlo su un treno assieme ai suoi compagni d’armi. Dopo i lavori forzati a Ingolstadt e una condanna a morte scampata a Buchenwald, nell’ottobre del 1944 Enrico arriva a Dachau, dove imparerà la lezione più dura della sua vita: l’orrore non conosce limiti. Dachau, vicino a Monaco di Baviera, è stato il primo campo costruito dai nazisti nel 1933 ed è proprio da esso che gli architetti del Terzo Reich si sono ispirati per tutti gli altri. Nel campo di sterminio la morte è il pane quotidiano, un incubo con cui si è costretti a convivere. Enrico lo sa meglio di chiunque altro perché lo hanno arruolato nel Sonderkommando, che in tedesco significa Squadra Speciale, un’unità di internati destinata a sbrigare lavori di cui nemmeno le SS si vogliono occupare. Enrico trascorre i suoi giorni a Dachau raccogliendo cadaveri nelle camere a gas per poi portarli ai forni crematori, carica corpi senza vita e ne raccoglie i resti carbonizzati.

Per volontà di Roberto Brumat questa drammatica vicenda è diventata un libro, edito da Rizzoli:L’ultimo Sonderkommando italiano. A Dachau ero il numero 123343“. Nel libro, che i presenti si sono fatti autografare, Enrico racconta: “E’ stata una scena agghiacciante […] Sono entrato in quell’inferno alle 5.30 del mattino. Dentro c’era un forte odore di gas, così le SS ci hanno fatto indossare una mascherina da chirurgo per poter respirare. C’era un’atmosfera spettrale, con quattro lucine accese in alto sugli angoli del locale. Li abbiamo trovati abbracciati gli uni agli altri, avvinghiati così forte che non eravamo capaci di staccarli dalla stretta che li aveva uniti quando si erano sentiti morire. Erano ebrei, poveretti come noi. Sessanta uomini di ogni età, erano ancora attaccati, uno all’altro, era qualcosa che ti spaccava il cuore…”

In tutta la testimonianza, alcune parole del Vanzini si ripetevano come un ritornello:Avevo paura”. Proseguiva poi con il racconto: “In fondo a quell’acqua verde, che mi avevano versato, c’erano dei pezzettini bianchi solidi… Io con le dita li ho tirati su per vedere se erano rotture di riso ma ho visto che si muovevano: erano vermi. Dai bidoni di pane secco tante volte saltavano fuori i topi… ma bisognava mangiare perché non c’era altro”. Enrico è sopravvissuto a quell’orrore ma per sessant’anni non ha mai parlato di quella esperienza, né alla moglie, né ai figli. Ha iniziato a farlo nel 2005 e da allora gira per le scuole e racconta il suo inferno a chi lo vuol ascoltare ma soprattutto ai giovani: perché sappiano quanto è labile il confine che separa l’umanità dalla ferocia.

Salva Articolo

Lascia un commento