Shelley a Este, il Mostro alle porte del castello

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Avete presente, cari lettori, quella villa che si trova in via cappuccini, vicino alla pineta della nostra amena città? Parlo ovviamente di Villa Byron, casa per le vacanze del celebre e omonimo poeta romantico, che tuttavia non verrà mai ad abitarvici.

Ciò che pochi sanno però è che nel settembre del 1818 la prestò a due altrettanto famosi poeti romantici inglesi: i coniugi Percy Bysshe e Mary Woolstonecraft Godwin Shelley; lui famoso per opere come Ozymandias, o il “Prometeo Liberato”, lei per il celebre romanzo gotico “Frankenstein”.

I coniugi visitarono la nostra città insieme ai figli Clara Everina (che vi morirà i primi giorni di ottobre del 1818) e William; era previsto soggiornassero nella villa per due settimane, ma a causa della cagionevole salute della figlia Clara, vi rimasero per due mesi, intrattenendo nel frattempo una fitta corrispondenza con l’amico Byron, che in quel periodo soggiornava a Venezia.

Ciononostante durante la loro permanenza l’attività letteraria della coppia fu particolarmente prolifica: ispirati dai paesaggi tipici dei Colli Euganei e dall’atmosfera gotica impressa dalle nebbie che avvolgevano il castello Percy scrisse le prime venti pagine del suo Prometeo, mentre Mary proseguì la stesura del suo romanzo.

Dalla raccolta di lettere di quel periodo è possibile capire l’opinione degli Shelley sia su Este che sugli atestini, scoprendo che in realtà le cose oggi non appaiono così diverse da come lo erano una volta: infatti Mary in una sua lettera scrive “vivere in Italia agli inglesi proprio non piace, gli Hoppner parlano degli italiani con il massimo astio” e soggiunge: “questo sembra proprio un sistema sociale spaventoso”, concludendo con: “il medico di Este è uno stupidotto, ma ce n’è uno a Padova che sembra sveglio”.

Al contrario della moglie Percy si concentra di più sulla descrizione del paesaggio; nelle sue lettere si legge: “in fondo al nostro giardino si trova un vasto castello gotico, ora dimorda di civette e pipistrelli; vi risiedeva la famiglia Medici prima di trasferirsi a Firenze”; e ancora “qui alle nostre spalle abbiamo i Colli Euganei con Arquà, dove la casa e la tomba del Petrarca sono conservate religiosamente e si possono visitare.”

Inoltre risale probabilmente al periodo di soggiorno estense la composizione di una piccola poesia in cui viene descritto un castello diroccato:

“Quelli che vedono soltanto due torri,
Tremolanti nell’oro dell’aria,
Come qui ora le vedo io,
Non immaginerebbero che fossero
Sepolcri, dove forme umane,
Come vermi nutriti di putredine,
S’attaccano al cadavere della grandezza,
Assassinata e in decomposizione:
Ma se la libertà si ridestasse
Nella sua onnipotenza, e strappasse
Dalla stretta del teutone tiranno
Tutte le chiavi delle prigioni fredde,
Dove cento città in catene
Giacciono come te, ingloriosamente,
Allora tu e le tue sorelle
Potreste ornare quelle terre di sole,
Intrecciando memorie del passato
A virtù nuove più sublimi;
Se no, morite tu e loro!
Nubi macchianti il dì nascente della Verità
Dissolte dal tuo Sole,
Di voi la terra fa anche a meno: intanto come fiori
Nel deserto degli anni e delle ore,
Dalla polvere vostra nuove nazioni sorgono,
In un fiorire più spontaneo.”

L’opinione di Shelly è attuale e chiara: il castello carrarese rappresenta la decadenza dell’Italia, un tempo grande e potente e ora lasciata a marcire in rovina e in catene.

Tuttavia la parte conclusiva del poemetto lascia un barlume di speranza: se gli italiani risveglieranno in se stessi, i sentimenti di libertà e grandezza, caratteristici degli avi, allora potranno risorgere dalle ceneri con nuova gloria e ritrovata forza.

Andrea Pettenuzzo