LETTERATURA – Mandami a dire: racconti di vita

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“La mia parte egoista vorrebbe anche sapere se sei infelice come me, perché vedessi come sono stanco di camminare da solo dentro la tristezza, a volte capita che piango senza sentirmi il singhiozzo. 
Vorrei anche sapere se, quando è l’ora che il tramonto si siede sopra il sole, spingendolo giù, giù fin sotto il mare, sei sempre là, davanti alla finestra, a osservare quel trapasso e a pensarmi. Una volta lo facevi, e oggi? Ti scongiuro tanto, mandami a dire”.

pino

Storie al di fuori della quotidianità, vite troppo spesso non vissute, personaggi quasi buffi che celano dentro di sè destini crudeli: ecco cosa rende speciale ogni singolo racconto dei quattordici che assieme costituiscono il libro “Mandami a dire” dello scrittore triestino Pino Roveredo.

Roveredo riesce a raccontare se stesso attraverso le pagine di questo libro, a narrare anche la sua di esistenza. L’autore sembra avere dimestichezza con la debolezza e lo sconforto, sappiamo infatti che visse periodi di dipressione che lo portarono, in gioventù, anche a causa di problemi familiari, a prendere la via dell’alcolismo.

Tutte le storie anche le più brevi hanno da insegnare qualcosa, l’autore decide di non parlare di luoghi comuni, di non standardizzare i personaggi anzi di esaltarne i loro lati più strani e nascosti. Molti di loro sembrano pazzi, altri inetti nei confronti di una vita che poco ha loro da offrire, eppure dietro tutto questo si trova sempre una rivincita finale, e se non si trova è perchè molto spesso di fronte a certi drammi nemmeno esiste. Anche i finali più tristi sono narrati in maniera esemplare, l’autore pone attenzione anche sui passaggi più macabri della morte quasi come volesse mantenere vivo un forte spirito di sacralità e di rispetto: non si meraviglia di nulla, ogni dramma viene accettato e compreso.

I racconti sono semplici e brevi, non seguono un filo cronologico, sono tutti distinti perchè ogni vicenda è propria e personale. Carla è una madre che non vuole rendersi conto della morte del figlio dopo un incidente stradale, Martino è un corridore ciclista fallito e ingenuo; ma non sono solo loro i personaggi di questo libro, ve ne sono molti altri che come loro hanno da raccontare la loro esistenza.

Ad esempio vi è la storia di un uomo, che non posso negare mi è sempre rimasta impressa, il quale è innamorato di una donna che non vede e non sente da tantissimi anni, che non vuole dimenticare nonostante lei non l’abbia mai più cercato e quindi ogni giorno compone un numero al telefono sperando che lei possa rispondergli, ogni giorno cambia una cifra di questo numero perchè non si arrende alla fine di questo amore.
Sembra paralizzato e nello stesso tempo attivo, consuma le scarpe per il mondo in cerca di lei e sebbene lei probabilmente abbia un altro uomo e si sia fatta una famiglia, ha sempre per lei parole d’amore, come queste:

“Dolce tesoro mio come stai? anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c’eri, ma lì, nella tua lontananza ti trattano bene? mi raccomando, se solo ti sfiorano un capello tu mandami a dire, che con la rabbia del corpo mi mangio le strade e ti raggiungo, e dopo voglio proprio vedere.”

Un libro che consiglio davvero a tutti, e che se non si capisse dalle mie precedenti parole, mi ha davvero emozionata.

Andrea Pitton