LETTERATURA – I Malavoglia

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“Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni, le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta fino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.”

Così Giovanni Verga, nella prefazione descrive una delle sue opere più famose, e spesso odiate dagli studenti: I Malavoglia. Pubblicato per la prima volta nel 1881 a Milano il libro era destinato, insieme a “Mastro-don Gesualdo”, “La Duchessa de Leyra”, “L’Onorevole Scipioni” e “L’Uomo di Lusso”  a essere il primo di una serie (rimasta in seguito incompiuta a causa dei problemi di salute dell’autore) nota come “Il Ciclo dei Vinti”.

Intento dello scrittore era quello di narrare diverse storie con personaggi provenienti da ogni ceto sociale dell’epoca per avvalorare la sua tesi: il progresso è come un fiume in piena, che con l’inganno trascina tutti noi verso la distruzione.

Così accade infatti per i Malavoglia (“tutta buona e brava gente di mare”) una comune famiglia di pescatori di Aci Trezza, in provincia di Catania, che, pur non vivendo negli agi, era considerata benestante dalla gente del luogo; infatti possedevano una propria barca (la Provvidenza) e una casa molto grande (la Casa del Nespolo), con stalla e vari animali da allevamento; ma proprio a causa di quell’avidità, che Verga identifica come la “vaga bramosia dell’ignoto”, i Malavoglia decidono di arrischiarsi nel commercio di lupini, ipotecando perfino la casa; neanche a dirlo l’affare non va a buon fine: la barca con cui trasportavano la merce naufraga, il padre della famiglia muore, e ovviamente la casa viene pignorata!

Ridotti sul lastrico i restanti membri della famiglia cercheranno, tra mille difficoltà, di riuscire a ritornare all’antica gloria, imparando a caro prezzo la lezione che l’autore vuole trasmettere: non è possibile riuscire a migliorare la propria condizione, e chiunque ci provi ricade più in basso e misero di prima (il così detto “ideale dell’ostrica”)

Com’è evidente tutto il romanzo è pervaso da un’atmosfera pessimistica, che vede il progresso come un corruttore dei costumi e non lascia spazio ad alcuna possibilità di miglioramento. I temi principali che vengono trattati nell’opera sono quelli della famiglia patriarcale, del darwinismo sociale (ante litteram) e dell’emarginazione sociale; per quanto riguarda lo stile Verga introduce la coralità del parlato, un insieme di voci e opinioni dei compaesani, spesso malevole che permettono all’autore di non intervenire mai in prima persona; inoltre la lingua usata fa l’occhiolino al dialetto siciliano, questo per aumentare il realismo che pervade tutto il romanzo.

In conclusione un’opera complessa, di certo non facile da digerire, soprattutto se manca un adeguato background culturale, e che anche alla presenza di questo, può spesso suscitare polemiche per l’impostazione filosofica di fondo; ma che comunque rappresenta senz’ombra di dubbio uno dei maggiori capolavori della letteratura italiana, in uno dei suoi periodi di massimo splendore.

Andrea Pettenuzzo