LETTERATURA – Eugenio Montale: prima grande uomo, poi grande poeta

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MONTALE

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”                                – L’Attimo Fuggente                                                                                                                                                                                              

Al giorno d’oggi alcuni versi delle più importanti opere della nostra letteratura italiana sono diventati frasi, brevi citazioni, affermazioni quasi di uso proverbiale usate in qualsiasi circostanza, il più delle volte a sproposito. Sentiamo parlare spesso di “male di vivere”, “tedium vitae” e altre espressioni letterarie usate quasi per arricchire di significato la narrazione, ma nella maggior parte dei casi non si sa da dove esse derivino e soprattutto chi le abbia composte.

Partendo da questo presupposto, vorrei appunto parlare di un autore italiano di tutto rispetto, ideatore del “male di vivere” ma non solo, parlo infatti di Eugenio Montale. Premio Nobel per la letteratura nel 1975, scrittore, giornalista, critico musicale e senatore a vita, fu una personalità di spicco all’interno del panorama letterario italiano ed europeo.

Una poesia la sua che si nutre della poesia stessa, della semplicità e della riflessione che non dà risposte certe all’uomo, che non ha la presunzione di affermare la verità ma anzi aiuta il lettore a vedere più il là del proprio naso, ad essere sempre cosciente dei propri limiti senza però limitarsi mai.

La concezione della vita per Montale è espressa al meglio in una delle sue opere più illustri pubblicata nel 1925 grazie all’aiuto dell’amico Piero Gobetti: gli “Ossi di seppia”. Già dal titolo, abbastanza emblematico, si può intuire la forte ambivalenza tra mare e terra, tra vita e morte. Il mare infatti è il simbolo della vita, della forza vitale rappresentata dalle onde che mai si fermano e mai trovano pace al contrario la terra invece è simbolo di aridità, di accettazione di una sorte non positiva che non ha i caratteri della forza e dell’energia. L’uomo per Montale deve vivere accettando la propria condizione, il che non significa arrendersi alla vita, anzi cercare costantemente la verità delle cose e quel famoso “buco rotto della rete”, che potrebbe darci la possibilità un giorno di scappare da una finta realtà verso la reale conoscenza del mondo. Lo scrittore infatti delinea in questo modo il ruolo della poesia e dei poeti:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Il componimento risulta essere non solo una poesia ma una vera e propria dichiarazione di poetica. Il poeta afferma di non avere certezze da rivelare sul significato della vita e pone l’attenzione sul compito della poesia, la quale può aiutare l’uomo a non soccombere dinanzi alle avversità, e a dimostrare sempre una grande volontà di reagire contro il nichilismo cosmico, concezione secondo cui la vita non avrebbe nessuna finalità o scopo e che considera la realtà umana come il nulla. La poesia ci offre la possibilità di evadere, di andare oltre, se non in senso fisico almeno in senso mentale e psicologico.

Questa è la poesia di Eugenio Montale: un continuo ragionamento con noi stessi.

Ve lo consiglio caldamente.

Andrea Pitton