Intervista agli Honolulu Quartet, la rivincita ironica del coro

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Mi ritengo un’accanita sostenitrice della musica italiana, non quella popolare che viene replicata fino allo stremo dalle radio e nei centri commerciali, ma quella che si scopre a volte per caso, capitando la sera giusta nel posto giusto, altre volte per sentito dire o per conoscenze in comune. Si ha come l’impressione di scoprire un universo parallelo, che non vive di pubblicità o di grandi palcoscenici, bensì di passione e sacrificio. E che profuma di talento genuino e incontaminato.

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Questa volta, parliamo di un gruppo dalle caratteristiche del tutto inedite (soprattutto per il panorama giovanile): gli Honolulu Quartet, un quartetto vocale tutto patavino che davanti al pubblico si presenta con una camicia a fiori, un papillon, tanta ironia e quattro voci che sanno abilmente trasformarsi in una. Gli strumenti musicali? Tutti nelle loro corde vocali.

Sono in un bar del centro di Padova in compagnia dei componenti del gruppo (tutti classe ’95): Tommaso Piron, il basso, studente al biennio di specialistica in trombone al Conservatorio Ca’ Venezze di Rovigo e un diploma al Conservatorio Pollini già in tasca, Pietro Andrigo, studente di pianoforte, anche lui al Pollini, e di tecnologie alimentari,Tommaso Giacon, tenore del gruppo e studente di medicina, una passione per la chitarra, il clarinetto, il sax, eFrancesco Valandro, baritono e studente di pianoforte al Conservatorio di Padova fin dall’età di 8 anni, ora aspirante giurista.

Come vi siete conosciuti e come è nata l’idea di cantare insieme?

Ognuno conosceva l’altro per motivi diversi: la scuola, il conservatorio, le amicizie in comune, ma l’”intesa” è scoppiata all’interno del coro “Tre Pini” di Padova, dove ci siamo incontrati per la prima volta tutti e quattro insieme. Francesco e Tommaso, in realtà, avevano già avviato un’esperienza musicale in comune con la creazione del coro della scuola al liceo Nievo. L’idea di formare un gruppo è arrivata quasi per caso: una sera ci siamo trovati per ripassare delle parti e abbiamo scaricato uno spartito barbershop – stile che ci attraeva in modo particolare. Provando a cantare, abbiamo sentito che riusciva bene e ci siamo chiesti: perché non continuare?

A cosa si deve la scelta di questo genere?

In primis, la voglia di sperimentare qualcosa di poco esplorato e altrettanto poco conosciuto in Italia (si tratta di un genere sviluppatosi negli USA aristocratici degli anni ’20), per il resto è stato come un gioco venuto da sé: siamo prima di tutto un gruppo di amici, con cui capita spesso di provare pezzi e stili nuovi e questo è stato, come dire, il tentativo migliore.

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A chi vi ispirate?

Non abbiamo dei gruppi di riferimento, ci rifacciamo piuttosto a generi diversi, primo tra tutti quello appunto del barbershop, in seguito alla musica tradizionale (ultimamente ci siamo ispirati a quella irlandese), nonché a quella religiosa. Ciò che più sorprende è che in ogni genere cambia l’approccio alla vocalità e i rapporti reciproci tra le voci: un pezzo scritto per una singola voce si trasforma completamente se armonizzato per un gruppo! Per ora abbiamo eseguito brani preesistenti (ad esempio, dei King’s Singers e dei Chordiac Arrest) ma che riarrangiamo sempre secondo le nostre necessità, mentre ora ci stiamo spingendo più in là scrivendo dei nostri pezzi, grazie a Francesco che è il nostro compositore.

Che posto occupa la musica nella vostra vita?

Senza dubbio fondamentale: è alla base di tutto, è parte integrante, senza musica saremmo delle altre persone. Non si tratta di un semplice passatempo ma della massima forma di espressione e di libertà personale, rafforzata e approfondita dagli anni di studio in questo ambito; né parliamo di un piacere esecutivo: la musica, per noi, richiede studio e ricerca continui. Ogni esibizione è un nuovo punto di partenza! Cantare insieme, inoltre, è diverso rispetto a suonare insieme: è un’esperienza condivisa, più intima e, per così dire, quasi spirituale.


Che riscontri avete avuto tra i vostri conoscenti/famiglie..? Qual è il pubbico a cui vi rivolgete?

All’inizio la musica piaceva quasi più a noi che agli altri, quando dicevamo di avere un gruppo vocale le persone annuivano senza capire… Dalla prima esibizione al liceo Nievo, però, è cambiato tutto: abbiamo fatto una buona impressione e abbiamo iniziato a ricevere approvazione e entusiasmo riguardo al nostro lavoro. La nostra particolarità è quella di rivolgerci ad un pubblico ampio, dai bambini agli anziani, passando per i nostri coetanei; siamo stati invitati infatti a collaborare al progetto “Città invisibili“, nell’ambito della Biennale per la Cultura e Letteratura per l’infanzia, durante il quale ci confrontiamo con un pubblico di bambini delle scuole elementari per insegnare loro un approccio nuovo alla vocalità e alla musica in generale. Per ora comunque abbiamo intenzione di continuare ad autofinanziarci e a non partecipare ad alcun concorso o talent show, nonostante buona parte delle persone con cui ci capita di parlare abbini subito l’idea di gruppo vocale a questo, per continuare la nostra ricerca e crescita personale.

A cosa si deve la scelta di questo nome?

Honolulu nell’immaginario collettivo è un posto pacifico e rilassato, lontano dalla frenesia dei ritmi moderni… la musica è la nostra Honolulu!

Quali tappe avete raggiunto finora? Quali sono i vostri obiettivi futuri?

Abbiamo cantato al Teatro Verdi in occasione del concerto benefico “Play the Voice”, all’auditorium del Conservatorio Pollini e domenica (21 dicembre) partiremo in trasferta per Monaco: andremo a cantare nelle piazze e nei locali della città! Si tratta di un esperimento: ci piacerebbe molto, in futuro, continuare a viaggiare e a portare la nostra musica altrove. Siamo stati invitati inoltre al concerto di Natale che si terrà il 27 dicembre al Teatro Geox. Il prossimo impegno sarà la registrazione dei brani per il nostro primo cd, che desideriamo riproduca con più naturalezza possibile le nostre voci, senza apportare ulteriori modifiche in fase di rielaborazione digitale.

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