Il Fu Mattia Pascal

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“Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi,

d’entrare in intimità, fino a darsi del tu;

mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate

nel commercio delle parole comuni,

nella schiavitù delle esigenze sociali.”

Mattia Pascal , capitolo XI

 

TRAMA: “Basta, non ne posso più, adesso mollo tutto e me ne vado!” Chi tra noi, oberato dalle tante preoccupazioni quotidiane non ha mai pensato di scappare via? È questo lo stesso pensiero che affligge Mattia Pascal: giovane rampollo di una famiglia ormai caduta in disgrazia, sposato con una donna che non ama, costretto a convivere con una suocera che detesta e obbligato ad assistere alla dilapidazione del patrimonio di famiglia da parte dell’avido e maligno amministratore Batta Malagna. Come se non bastasse le figlie di Mattia (sua unica gioia e conforto) gli vengono strappate troppo presto: la prima muore poco dopo il parto, la seconda dopo appena un anno di vita, a causa di una malattia.

Ed è proprio mentre sfoga il dolore per la perdita subita che a Mattia viene un’idea: se ormai non c’è più niente che lo trattiene a Miragno perché restare? Perché piuttosto non fuggire da quell’anonimo paesino ligure dove ogni cosa sembra soffocarlo?

L’uomo si dirige quindi a Montecarlo, dove decide di giocarsi i suoi risparmi al casinò, e per una volta il fato sembra essergli propizio: Mattia gioca per giorni e continua a vincere, guadagnando così una discreta fortuna. Mentre però si trova sul treno di ritorno per casa viene a conoscenza da un quotidiano locale di una notizia sconvolgente:“RITROVATO MORTO NEL FIUME IL CORPO DI MATTIA PASCAL”. Questo è il titolo dell’articolo.

Cogliendo l’occasione al volo Mattia decide di restare bell’e morto e di continuare a spassarsela in giro per il mondo con il nome fittizio di Adriano Meis, dietro il quale inventa anche una personale storia, per rendere questa mascherata più convincente.

Dopo un lungo girovagare per l’Europa “Adriano” decide di andare a vivere a Roma, dove incontrerà il suo grande amore, ma anche le complicazioni dettate dalla sua inesistenza legale. Sentendosi quindi di nuovo incatenato dalle costrizioni sociali che tornano ad opprimerlo decide di fingersi nuovamente morto e di tornare al suo paese d’origine.

COMMENTO: pubblicato per la prima volta nel 1904 “Il Fu Mattia Pascal” è una delle opere più conosciute e studiate sia nelle università che nelle scuole superiori italiane; il motivo di questa (meritata) fama sta probabilmente nel fatto che in esso Luigi Pirandello ha riversato gran parte della sua essenza, sia come scrittore che come filosofo…

Moltissimi infatti sono le tematiche trattate dall’autore in questo libro di appena 250 pagine.

La più importante di tutti è senz’altro il rapporto che ognuno di noi ha tra “il sé e l’altro” o come lo chiama Pirandello il contrasto (ed irrisolvibile dicotomia) tra vita e forma: Mattia era vincolato agli altri e questo legame gli pesava enormemente; morendo e rinascendo come Adriano invece ha l’opportunità di svincolarsi dagli obblighi sociali che aveva con gli altri, ma solo al prezzo di vivere in solitudine, difatti nel momento in cui decide di riavvicinarsi alla società egli stesso decide di incatenarsi nuovamente a delle persone, rinunciando così all’assoluta libertà, fintanto che la sua condizione di “morto vivente” non viene a pesargli più di quanto possa sopportare.

A questo si collega il tema della comunicazione, in cui Pirandello si pone un antico dilemma: è davvero possibile per gli esseri umani potersi comprendere l’un l’altro? O siamo tutti piuttosto destinati a restare vittime di un linguaggio che non porta ad altro se non incomprensioni e fraintendimenti?

Altro tema caro a Pirandello è quello delle maschere: in questo caso il protagonista “cala” la maschera di Mattia “indossa” la maschera di Adriano; una persona totalmente diversa da com’era Mattia, e più simile a come questi voleva essere, ad indicare come nella visione pirandelliana del mondo noi siamo noi stessi anche e soprattutto in relazione a come ci percepiscono gli altri, e quindi in un certo qual modo alla maschera che ci fanno indossare. Ma Mattia non è il solo a indossare una maschera anche i due antagonisti della vicenda (Batta Malagna e Terenzio Papiano) decidono di mascherarsi, nascondendosi tra le persone oneste e cercando di portare a termine i propri porci comodi.

Altre tematiche minori sono poi il caso e il gioco d’azzardo (trattati nel periodo speso a Montecarlo), l’occulto e il vitalismo.

Ma il messaggio finale che risalta dall’opera è il senso di vuoto e smarrimento nell’immensità dell’universo in cui viene a trovarsi l’uomo moderno, che grazie al suo intelletto ha acquisito la conoscenza, perdendo però paradossalmente ogni certezza e credenza (persino la sua stessa identità!) e venendo così a scoprire la sua piccolezza nel nulla cosmico in cui è immerso.

Andrea Pettenuzzo