Woody Allen torna sul grande schermo con “Irrational man”

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(fonte foto http://www.film-o-holic.com/)
(Fonte foto: www.film-o-holic.com)

Con Woody Allen non si è mai troppo sicuri, si può incorrere nel capolavoro assoluto come nel film orripilante.

Con “Irrational man” le premesse erano molto buone, considerando anche il cast di spessore. I protagonisti Abe Lucas (Joaquin Phoenix, già protagonista di “Lei”, “Vizio di forma”, “The Master”) e Jill Pollard (Emma Stone, la quale ha recitato in film di grande successo come “Birdman” e “Amazing Spiderman”), sono rispettivamente un oscuro insegnante di filosofia, alle prese con il costante dolore della sua vita, e con tutte le conseguenze nichilistiche ed autodistruttive che essa comporta (il consueto pessimismo cosmico di Allen) e una sua studentessa, ragazza brillante e piena di vita la quale, anche se già impegnata, si innamora perdutamente del professore, così complesso e fuori dall’ordinario che la giovane non può che venire intrappolata nella ragnatela allo stesso tempo misantropa e sognatrice tessuta quasi involontariamente da Abe.

L’intero film è una costante citazione di Woody Allen stesso, ottenuta utilizzando escamotage presi da suoi film precedenti e resi attuali. Il film infatti è prevalentemente indirizzato ai fan di Woody Allen, familiari con le sue tecniche e le sue tematiche, così divertenti ed esilaranti, eppure così tetre e reali. E’ inoltre un grande inno di Allen al fatalismo, entrando ed uscendo dal concetto molteplici volte, chiedendo costantemente allo spettatore se la nostra vita è governata da un destino già scritto o da un caso non predeterminato generato dal caos. Viene affrontato anche il tema dell’esistenzialismo di Sartre, dove la vita dell’uomo è costellato da una potenzialità di scelte pressoché infinite, dove l’uomo è libero, o meglio costretto ad essere libero, e dove anche una non scelta è una scelta. L’infinità di scelte a disposizione dell’uomo è quindi a volte troppo vasta e questo porta l’uomo ad avere un senso di angoscia, l’angoscia di esser fin troppo liberi.

L’uomo è quindi ‘condannato‘ a creare una propria morale e ad essere ciò che sceglie di essere attraverso le proprie azioni. Allen (come lo stesso Sartre) riprende il concetto del quietismo e lo distrugge, perché a suo avviso il pensiero deve essere costantemente seguito da un’azione di tipo materiale. Rivediamo quindi questa moltitudine di pensieri e mutazioni nella mente del professore, il quale non riesce a trovare un senso nella vita (e quindi a godersela sino in fondo) fino a che non decide di agire con un atto radicale. Il quale lo porterà a capire le più profonde e celate stanze del proprio essere, portandolo a una consapevolezza di sé che mai aveva raggiunto prima. Una consapevolezza che finalmente lo aiuta a sconfiggere la depressione e il male di vivere che lo angosciava. Trasformando la sua autodistruzione in distruzione, il protagonista di Allen è finalmente completo e in grado di vivere la vita al massimo del suo potenziale.

La morale di Woody Allen sembrerebbe quindi essere “il fine giustifica i mezzi“, qualunque mezzo è lecito per raggiungere la propria completezza e quindi felicità. Questo concetto  e questa morale vengono spazzate via alla fine del film, rinnegando tutto il pensiero creato sino a quel punto, e qui rientra il gioco il fatalismo, dove il caos sembra trovare un ordine, un ordine che sembra predeterminato e già scritto.

Il rinnegamento del pensiero globale dello stesso film non porta che a un altro tema, quello dell’ipocrisia. Il film, rinnegando il proprio pensiero iniziale, diventa ipocrita, come del resto lo sono entrambi i protagonisti (anche se in forma diverse l’uno dall’altro). Woody Allen quindi vuole mostrarci la natura ipocrita dell’uomo, un uomo che parla in un modo, e agisce in un altro. Tentando costantemente di convincersi della giustezza delle proprie azioni, nonostante un pensiero inconscio (ma forse non così inconscio) totalmente diverso dallo specchio della realtà dei propri atti, entrando in una bolla di autosuggestione.

Allen fornisce invece una risposta ambigua sul tema del fatalismo, lasciando allo spettatore (l’ingrato) compito di chiedersi se vi è un destino già scritto o meno. E se l’uomo può far effettivamente qualcosa per contrastarlo. Nonostante questa orgia di pensieri e filosofia il film è molto piacevole e scorrevole, per niente noioso e in costante movimento. Un film che ha diviso la critica ma che a mio avviso ha molto da offrire allo spettatore.

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