“Room”, tra il coraggio e le sbarre

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(Fonte foto: www.sbs.com)
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Room” è una pellicola che il mercato italiano quasi sicuramente snobberà del completamente, poco adatto alla realtà italiana e gran poco pubblicizzato (a parte per la breve parentesi degli Oscar). Tutto ciò a gran discapito dello spettatore, perché ci si trova di fronte a un grandissimo film. “Room”, diretto da Lenny Abrahamson, prende spunto dal romanzo “Stanza, letto, armadio specchio“, a sua volta ispirato al caso Fritzl, in cui una donna austriaca ha vissuto per 24 anni in un bunker sotterraneo. Il cast vede la partecipazione di Brie Larson, vincitrice dell’Oscar alla migliore attrice 2016 proprio per l’interpretazione regalata in “Room” (e che interpretazione) e di Jacob Tremblay, attore classe 2006 che regala una prova di grande impatto emotivo.

L’intero film verte quindi sulla prigionia fisica e successivamente psicologica che madre e figlio sono costretti a subire a causa della malvagità di un uomo. Il figlioletto Jack è nato dentro la stanza e non ha mai visto cosa c’è all’esterno: essendo inconcepibile per lui qualsiasi mondo al di fuori di essa, il piccoletto è convinto che l’unico pianeta vero sia la stanza stessa, e che al di fuori di questa vi sia un altro universo. E’ un concetto molto interessante (oltre che struggente), un bambino nato in cattività non conoscerà altro che la sua prigione e sarà impossibile per esso poter immaginare cosa c’è al di fuori della stanzina in cui è confinato, non avendo mai avuto esperienze all’esterno. Sarebbe come cercare di spiegare i colori a un cieco dalla nascita, il buio è la sua unica verità. Il bambino non è così scontento della stanza, anzi, la considera a tutti gli effetti la sua casa, il suo mondo.

Lo stesso non può dirsi per la madre la quale ha potuto vivere per 17 anni nel mondo libero prima di essere confinata in una stanzina di pochi metri quadri. Ergo, la sua esperienza è stata molto più sconvolgente e destabilizzante rispetto a quella del bambino di 5 anni. E tutto ciò si vedrà nel corso della stessa pellicola. Il film è molto potente, è sviluppato in un modo assolutamente privo di volgarità (uno dei pochi modi in cui si cerca di stupire nel presente), ma è intriso di una violenza psicologica di grande caratura, lo spettatore è impotente e non può far altro che empatizzare l’esperienza di madre e figlio, subendo (psicologicamente parlando) la stessa angoscia. Un’esperienza cinematografica che colpisce direttamente nel profondo della nostra anima.

La scorsa settimana mi sono stupito per la grande prova di Alicia Vikander in “The Danish Girl“, ma dopo aver visto “Room” non posso esimermi dall’affermare che quella di Brie Larson è sicuramente la miglior prova recitativa al femminile di quest’anno, una prova talmente convincente e difficile da non poter non essere premiata. Un film da non perdere, che a mio avviso avrebbe meritato di giocarsela alla pari con “Spotlight” per la palma di miglior film dell’anno. Un’ opera cinematografica di grande levatura che non può assolutamente essere snobbato.

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