Revenant – Redivivo, viaggio nella natura selvaggia

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(Fonte immagine: movieplayer.it)
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Iñárritu è un regista arrogante, in senso pienamente positivo.  È dotato infatti di quella consapevolezza dei propri mezzi e del proprio talento, che gli permette di imbarcarsi in progetti ambiziosi senza cedere a compromessi. L’ha fatto un anno fa con Birdman (trionfando all’Oscar), l’ha rifatto ora con Revenant (ed è nuovamente in corsa per ben 12 statuette).

In Birdman, la sfida era stata girare un film frenetico, quasi concitato, dando l’impressione che la pellicola fosse composta solo da pochi, lunghissimi e complicatissimi piani sequenza. In Revenant invece l’impresa, prima ancora che tecnica, è fisica: girare un film nella natura più selvaggia, immersi nel gelido inverno del Canada centrosettentrionale. Tutto questo senza riprese in teatro di posa, riducendo al minimo indispensabile gli effetti digitali, obbligando realmente attori e troupe ad affrontare le difficoltà che quell’ambiente così inospitale eppure magnifico comportano. Perché? Perché solo compiendo un tale sforzo si può arrivare a catturare la bellezza e la ferocia dei luoghi più incontaminati.

La storia è essenziale, asciutta, brutale, da vero western di frontiera, procede lenta e mette a dura prova la resistenza dello spettatore, ma il suo fascino risiede proprio nel ritmo inusuale, nel trascinarsi, come il suo protagonista, in qualcosa di più grande. Come ha affermato in più di un intervista, Iñárritu considera Revenant come il suo “National Geographic”, l’occasione di mostrare una natura possente e splendida, ma allo stesso tempo selvaggia e inclemente. Le scelte di regia vanno tutte in questo senso: l’uso della telecamera a spalla che si aggira nelle foreste, con lo sguardo ad altezza d’uomo che vaga affascinato e improvvisamente si alza a contemplare le volte dei giganteschi alberi, che si ergono come colonne di una cattedrale; i poderosi stacchi che dalla lotta per la sopravvivenza degli uomini si elevano a mostrare l’indifferenza degli immensi spazi in cui si trovano, la titanica immobilità delle montagne e la maestosa lentezza con cui sembrano muoversi le nubi e il fiume (quello stesso fiume che un attimo prima travolgeva il protagonista con l’impetuosità dei suoi flutti).

(Fonte immagine: comingsoon.net)
(Fonte immagine: comingsoon.net)

Per contrasto, l’epopea di sopravvivenza e vendetta del trapper Hugh Glass viene rappresentata incentrandosi completamente sulla sua figura, seguendolo da vicino in ogni suo movimento, quasi strisciando e arrancando lentamente con lui. Nonostante quello del semimuto e macerato uomo di frontiera non sia un ruolo che esalti il talento di Di Caprio, la sua prova è egualmente intensa e partecipe. L’attore non ha lesinato sul proprio coinvolgimento, sottoponendosi a un vero e proprio tour de force e aderendo a ogni proposta dal regista: dal tuffarsi nelle gelide acque di un fiume nonostante le temperature polari, al mangiare vero fegato crudo di bisonte, al continuare a recitare nonostante la bronchite e la febbre alta, pur di rendere lo spossamento fisico del protagonista. E nelle scene in cui se ne presenta l’occasione, la sua performance sale di colpi, spesso aiutata dall’interazione con il magnifico cattivo dipinto da Tom Hardy, un concentrato di grettezza ed egoismo con il quale è impossibile empatizzare.

Tutti i pregi del film sono mirabilmente riassunti nella magnifica scena dell’attacco dell’orso, nonostante sia l’unica scena che ha richiesto un uso massiccio di CGI, per ricreare digitalmente l’animale. Anzi a renderla il “manifesto ideologico” di Revenant è proprio lo sforzo che, in una scena che imponeva un così ampio ricorso agli effetti speciali, il regista, la crew e il cast hanno profuso per preservare comunque l’approccio rigorosamente naturalistico. L’attacco è filmato senza stacchi di montaggio, in un unica sequenza, senza mai distogliere lo sguardo da quanto accade, ma con l’obiettivo mai fermo, che si muove sempre nervosamente nei pressi di quanto sta accadendo, come se fosse filmato dal vivo. Anche la ricostruzione delle modalità dell’aggressione è meticolosa: l’orso attacca in maniera assolutamente imprevedibile e perciò terrificante, alternando momenti di furia distruttrice a momenti di calma quasi circospetta, prima di riprendere brutalmente a straziare il corpo del povero Glass (con Di Caprio autore, in questo frangente, di una prova davvero eccezionale).

(Fonte immagine: pmcvariety.files.wordpress.com) Copyright © 2015 Twentieth Century Fox Film Corporation. All rights reserved. THE REVENANT Motion Picture Copyright © 2015 Regency Entertainment (USA), Inc. and Monarchy Enterprises S.a.r.l. All rights reserved.Not for sale or duplication.
(Fonte immagine: pmcvariety.files.wordpress.com)

Non per questo Revenant è un film perfetto, anzi Iñárritu infierisce sullo spettatore, già provato dalla lunghezza della pellicola, inserendo degli intermezzi onirico/filosofici che sembrano ricalcare il Terrence Malick più deteriore, quello che assembla scene dalla forte simbologia, ma senza che questo giovi ad approfondire il personaggio o suggerisca la chiave per cogliere il senso ultimo di quanto viene narrato.

Tali scene risultano a maggior ragione sovrabbondanti, alla luce del fatto che a trascinare lo spettatore una dimensione di profonda fascinazione basta semplicemente la magnifica fotografia di Emmanuel “Chivo” Lubezki, che con Revenant si candida fortemente a proseguire la tripletta di Oscar iniziata con Gravity nel 2014 e proseguita l’anno scorso con Birdman. Messo davanti alla titanica sfida di girare un film ambientato poco sotto il circolo polare e con riprese ambientate principalmente in esterni, spesso all’alba o al tramonto, e il tutto rigorosamente con sola luce naturale, Lubezki ha risposto nella maniera più innovativa. Dopo alcuni test con la pellicola, ha coraggiosamente deciso di utilizzare le nuovissime cineprese digitali Arri Alexa 65, con lenti da 12mm a 21mm. Pur rinunciando così all’impareggiabile gamma dinamica della pellicola, ha guadagnato in nitidezza, ottenendo un effetto incredibilmente realistico e coinvolgente, che, sommato alla purezza incontaminata dei luoghi filmati e alla regia elegante e mobile di Iñárritu, restituisce immagini di una suggestione unica.

Alla fine Revenant, pur non essendo forse capolavoro assoluto, è certamente un film dal fascino indiscutibile, che non solo avrà molto da dire nella stagione dei premi di quest’anno, ma che lascerà un segno anche nel futuro del cinema.

(Fonte immagine: foxmovies.com)
(Fonte immagine: foxmovies.com)

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