Padri e figlie – L’espiazione dell’amore, tra realtà e sogno

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(Fonte immagine: movieplayer.it)
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Quarto film in terra americana di Gabriele Muccino dopo “Quello che so sull’amore“, “Sette anime” e “La ricerca della felicità“. Avendo già visionato i sopraccitati sapevo cosa aspettarmi da Muccino: devo dire che non mi ha deluso.

Il film si sviluppa lungo venticinque anni, la protagonista è Katie Davis (Amanda Seyfried) e la storia è divisa in due archi narrativi, quello di Katie all’età di 8 anni e il suo rapporto con il padre Jake Davis (Russell Crowe), e quello di Katie ormai adulta che cerca il suo posto nel mondo. Lo sviluppare una trama in un così lungo lasso di tempo non è assolutamente banale, e anzi, si potrebbe facilmente incappare in errori grossolani di sceneggiatura e non solo. Fortunatamente nel caso del film in questione non è così, e la storia si sviluppa naturalmente senza grossi intoppi.

Gabriele Muccino regala inquadrature e immagini non di poco conto, e più di qualche volta intrattiene il pubblico con piani sequenza molto lunghi, che tengono lo spettatore incollato allo schermo senza la possibilità di riprendere fiato. Si tratta di una pellicola romantica, nel senso tradizionale del termine, un film dolce e caldo, ma con un lato brutale e meschino. Muccino cerca di regalarci una sua visione della vita, una vita che può regalare tantissima gioia ma che può anche provocare un dolore immenso.

Jake, scrittore di fama internazionale, si trova a dover nuotare a vista, con una moglie appena morta e una figlia piccola da crescere. Il dolore soppresso è troppo forte ed emergono una serie di problemi psichici che lo portano a doversi far ricoverare per 7 mesi in un istituto psichiatrico. Nei 7 mesi di convalescenza Katie si trova a vivere con gli zii (Diane Kruger, Ryan Eggold), i quali si affezionano quasi morbosamente a lei e fanno di tutto per strapparla dalle mani del padre. Da qui nascerà una battaglia tra i due poli che porteranno Jake e gli zii allo stremo delle forze, a discapito proprio di Katie, che si troverà sempre più sola, e con il ricordo dei genitori come unico ricordo d’amore. Da adulta Katie si trova in una situazione di grande instabilità, non riuscendo ad esprimere i propri sentimenti in modo chiaro, e portandola a sfogarsi (eufemismo) con uomini che nemmeno le piacciono. Una rappresentazione dell’insicurezza dell’uomo nella vita, così schiacciante e difficile che può portare all’uso di palliativi che possono fare più male che bene, e che ci allontanano dalla tanta agognata felicità. Tutta questa confusione prima si attenua poi esplode in varie forme una volta che Katie conosce Cameron (Aaron Paul), scrittore come il padre, dove per la prima volta riesce a provare una qualche forma di amore.

Nel film vengono esplorati vari temi, come la sopravvivenza e il successo. La sopravvivenza nella vita può essere estremamente dura per alcuni, talmente dura che porta ad offuscare qualsiasi successo personale ottenuto, grande o piccolo che sia. Arrancare per un bene superiore, tentare di raggiungere la vetta per un obiettivo che prescinde dal puro ego e dalla ricerca della propria felicità. E qui si raggiunge il punto focale del film, affrontando il tema principale, cioè l’amore. L’amore sconfinato di un padre per una figlia, un amore dolce, forte, che non conosce limiti fisici ma va oltre ogni tipo di confine mentale e fisico. Un uomo disposto a tutto per poter dare anche un briciolo di speranza alla figlia tanto amata.

Ma il film ritrae anche l’amore di un sognatore, di un ragazzo che cerca in tutti i modi di rendere felice la propria donna tentando di trasformare l’incubo della sua vita in un sogno bellissimo. Ma la vita può anche essere fredda, dura, brutale. E la realtà colpisce con la sua più grande arma i sognatori, il dolore. Qui il film si eleva perché la morale finale è la capacità dell’uomo di superare quel dolore, di reagire ad ogni avversità, di andare avanti grazie alla forza più grande della nostra terra, l’amore stesso. Il non arrendersi mai, nonostante le difficoltà, e reagire con tutte le forze che si possiedono.

La soluzione che Muccino ci offre al dolore è quindi l’amore, e anche se la sofferenza in quanto tale è parte dell’amore (due facce della stessa medaglia), per quanto angoscia ci possa essere, l’amore alla fine deve essere più forte del dolore stesso, e superare le barriere della realtà per sfociare in quelle del sogno. Ed è questo che ci regala Muccino infine, vita reale, che può essere anch’essa sogno. E il confine tra vita e sogno è flebile, come il confine tra odio ed amore e sta a noi decidere da che parte del confine stare. Odi et amo.

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