Carlos Ruiz Zafón e la meravigliosa anima de “L’ombra del vento”

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«Mi aggirai in quel labirinto che odorava di carta vecchia, polvere e magia per una mezzora. […] Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo infinito da esplorare e che fuori di lì, la gente sprecasse il tempo».

Più che polvere, leggendo “L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón, pubblicato nel 2001, si respira magia; dietro alla copertina si cela veramente un universo finito da esplorare, in cui si trovano dolci emozioni che si rivelano essere forti passioni, che a loro volta delineano personaggi estremi, complessi, turbolenti. Il lettore è reso prigioniero di un mondo in cui, pagina dopo pagina, si sente sempre più partecipe, motivo per cui diventa profondamente interessato non solo al futuro, ma anche, e soprattutto, al passato dei personaggi; si vuole sapere cosa ne sarà di queste persone perché ci si sente direttamente coinvolti nella loro vite.

La trama è apparentemente semplice: Daniel, figlio di un libraio, è da lui condotto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, dove ha l’opportunità di prendere una lettura da portare con sé. Sceglie quindi – o meglio, è scelto da – un romanzo che non solo lo farà appassionare alla letteratura, ma lo legherà inestricabilmente al destino del suo autore Julián Carax, le cui uniche notizie che abbiamo riguardano la sua morte e il fatto che le sue opere siano pezzi rari, a causa di un uomo che trascorre i suoi giorni ricercandole con il solo scopo di bruciarle.

Il background gioca un ruolo fondamentale: la vicenda spazia tra gli anni precedenti la guerra civile spagnola e quelli successivi alla seconda guerra mondiale, traumatici episodi che collaborano alla creazione di un’ambientazione macabra e dominata dalla paura e dalla violenza. Si è guidati così in un giro turistico di una Barcellona di cui si visitano case abbandonate (non da tutti), ospizi, cimiteri e spiagge deserte, ben diverse da come siamo solite immaginarle secondo il topos della “paella y sangria en Cataluña”.

La narrazione sembra entrare in un labirinto di specchi, dove si divide in decine di riflessi, o meglio, ombre; è il frutto di descrizioni minuziose che definirei poetiche, di momenti che sarebbe riduttivo denominare di suspense; Zafón riesce a coinvolgere il lettore, a fargli provare i sentimenti dei personaggi e con loro soffrire, ardere d’ira, morire. L’atmosfera di mistero in sé non è finalizzata a creare quell’aurea tipica dei gialli, o a indurre il commento del “Bel colpo di scena, anche se prevedibile”. Vengono sviluppati temi cliché, come il rapporto genitori-figli o il primo amore adolescenziale, ma l’intensità con cui vengono presentati è quello che conta. L’ombra è presente sia in maniera concreta, ovvero come simbolo di morte, sia a livello metaforico: chi è ancora in vita vive come un’ombra, sommerso in ombre di sogni, torturandosi con le ombre dei ricordi. La morte diventa un qualcosa che si può scegliere: basti pensare a Nuria, la cui lettera per Daniel ha le sembianze di un testamento più che di una testimonianza, dal momento che lo rende erede di ciò che pochi uomini hanno la fortuna di possedere nel corso della propria vita: la verità.

Perché ve lo consiglio? «Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso» e, ve lo garantisco, l’anima di questo libro è meravigliosa.

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