ARTE – Wahrheit macht frei: la verità rende liberi

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Toccante ed entusiasmante: il bianco e il nero delle immagini rapisce e incanta, velato da un senso di orrore e di dramma, ma con uno sguardo positivo verso il futuro affinché non si possa dimenticare, per non commettere gli stessi errori del passato. Il 27 Gennaio la giornata della memoria ricorda uno dei capitoli più bui della storia moderna, quello che è stato definito “il male assoluto e imperdonabile”. Ripercorrendo la tematica dell’Olocausto, dal 26 Gennaio al 03 Febbraio presso la Pescheria Vecchia di Este, è allestita  una mostra fotografica di Elisa Mortin e Giancarlo Soncin  sul tema “Auschwitz, la verità rende liberi”. Si tratta di un interessante reportage da cui traspare la quotidianità dei deportati: la vita nel campo, la disciplina, le privazioni, le esecuzioni sommarie… La mostra è divisa in diverse sezioni: ognuna vuole raccontare un frammento di quella tragedia, mostrando ciò che resta, oggetti in primis: valigie, occhiali, scarpe, capelli di deportati e gli edifici del campo, le torrette, le camerate, gli alloggi… É materia che sopravvive ai corpi, alla  quale si dà un ruolo di testimonianza.

La prima sezione è un’analisi storica: due cartelloni ricordano la storia, così come gli scolari la studiano nei libri con date e cartine geografiche; ma le fotografie  molte volte sono più forti delle parole perché s’imprimono vivide nella mente. Non è importante sapere il giorno, l’ora, il secondo di quanto è successo, ma rendersi conto di quello che è stato: attraverso le parole si può solo immaginare, ma le foto catturano la realtà, colgono l’attimo fuggente e lo rendono immortale, andando al di là di ogni immaginazione. Immancabile è la “classica” foto dell’insegna del campo di concentramento di Auschwitz: “Arbeit macht frei”; ma altre fotografie come quelle dei binari, dei vagoni dei treni e del filo spinato che circonda tutto il perimetro del campo, possono essere altrettanto toccanti: nella loro immobilità e nel loro silenzio gli oggetti sono un urlo di dolore e di sofferenza di tutti quelli che lì dentro sono entrati e non ne sono più usciti.

“Il saccheggio” è il titolo della seconda sezione poiché a tutti i deportati confiscavano ogni bene dai vestiti ai capelli(che poi venivano usati per tessuti e imbottiture). Era concessa un’unica eccezione: alle donne un fazzoletto e agli uomini una cintura.

Terza sezione: “la prigionia”. Le violenze nei campi erano “regalate”, qualsiasi cosa era motivo per le squadre delle SS per infliggere ulteriore sofferenza. Oggi solo le torrette di controllo sparse nel campo lo possono testimoniare.

“La soluzione finale” è la quarta sezione: camere a  gas e forni crematori sono l’ultimo step e poi il nulla.

Nella penultima sezione ci sono le foto del bosco di betulle dove venivano sparse le ceneri dei morti.

“Aushwitz oggi” è l’ultima sezione: sono foto di turisti che visitano il campo, di lastre commemorative e di fiori per ricordare. La mostra si chiude con la foto di una rosa vicino a un’immagine con la scritta “frei”, ovvero libertà. É un invito a non dimenticare, a sondare in profondità il nostro animo, a domandarsi come questo sia potuto accadere, a diffondere un senso di giustizia e di morale collettiva.

Un reportage in bianco e nero denso di significato, pregnante di mille sfumature emotive. Henri Cartier Bresson afferma:

“Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”.

Erica Perseghin