venerdì 13 Dicembre 2019
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ARTE – La fragilità di un’artista: Francesca Woodman, l’urlo nudo di un genio irrequieto

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Parto premettendo che non sono né una fotografa né un’esperta di fotografia. Non voglio dare giudizi tecnici sul lavoro dell’artista di cui parlerò, voglio semplicemente raccontare la vita di Francesca e provare a commentare il suo genio artistico.

Francesca Woodman, fotografa statunitense nata a Denver nel 1958, morì suicida giovanissima nel 1981 all’età di soli 22 anni.

Cresciuta in una famiglia d’artisti – padre pittore, madre ceramista e fratello videoartista – inizia fin da bambina ad avvicinarsi alla fotografia. Frequenta la Rhode Island School of Design, viaggia spesso in Italia e proprio a Roma inizia a familiarizzare con la Transavanguardia Italiana. Nel 1981 pubblica la sua prima collezione di fotografie dal titolo “Some Disordered Interior Geometries”, tradotto: “Alcune disordinate geometrie interiori”. Questa fu l’unica opera pubblicata in vita da Francesca, la quale nello stesso mese della pubblicazione della raccolta si tolse la vita buttandosi da un palazzo newyorkese.

« Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate »

Ai nostri giorni, la Woodman è considerata tra le fotografe più particolari ed emblematiche degli ultimi trent’anni, anche se la sua carriera artistica così come la sua vita fu decisamente breve.

Segnata da un animo sensibile, fin da subito con i suoi scatti cerca di trasmettere qualcosa allo spettatore. Non vuole spiegare, non vuole dimostrare, né scandalizzare con i suoi nudi artistici. Invece, negli anni che seguirono la sua morte, il movimento femminista si appropria di questi suoi nudi e dell’immagine di Francesca per il proprio movimento politico rivendicando la figura della donna e la strumentalizzazione del suo corpo in una società prettamente maschilista.

Ma il suo lavoro, più che essere legato alla critica femminista, sprigionava una forte carica emotiva dove, tramite la fotografia, veniva rappresentata quella delicata fascia d’età che parte dall’adolescenza fino ad arrivare all’agognato momento adulto condito da una forte vena surrealista. Viene così rappresentato il dubbio, la confusione, il disagio di un corpo che cambia a propria insaputa, la frustrazione del non riconoscere più se stessi, il proprio ruolo, di vedersi cambiare e non capire. Tutto muta, tutto si trasforma e i corpi ne sono la prova. Le loro posizioni innaturali, scomode e forti mostrano tutti i segni di un disagio non solo esteriore ma anche interiore. In questo senso Francesca non vuole spiegare nulla, lei vuole emozionare. Vuole suscitare impressioni singolari e personali, che possono cambiare da spettatore a spettatore.

Il corpo acquista una fortissima importanza, anche se frantumato, anche se spezzato o coperto, emerge nella foto come rappresentante delle paure e dei pensieri che affliggevano la Woodman.

Le immagini possono apparire senza senso, possono non essere comprese, ma l’io dell’artista emerge sempre. Sono foto che devono essere sentite più che viste. Chi cerca di capirle, chi cerca di analizzarle, non potrà mai avvicinarsi del tutto al volere di Francesca.

Concludo riportando le sue parole che meglio di ogni possibile spiegazione possono riassumere lei, la sua arte e la sua vita:

<<Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza.>>

Chiara Milan

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